Peppe Servillo e il …Presentimento

Peppe Servillo e i Solis String Quartet saranno i protagonisti questa sera (h21) al Teatro Sanzio, del concerto “Presentimento”, ultimo appuntamento di Urbino in Musica. Presentimento consolida il felice sodalizio artistico tra il cantante Peppe Servillo e i Solis String Quartet, Vincenzo Di Donna (violino), Luigi De Maio (violino), Gerardo Morrone (viola) e Antonio Di Francia (cello e chitarra), iniziato 3 anni fa con Spassiunatamente.

La raccolta di canzoni napoletane, ispirate ai rapporti d’amore e reinterpretate dalla voce calda e carezzevole di Peppe Servillo, spazia tra brani raffinati e celeberrimi composti nella prima metà del XX secolo. Autori e canzoni che testimoniano l’entità di uno spettacolo prezioso, sempre in bilico tra musica e teatro.

Peppe, che cos’è il Presentimento?

«Ho scelto questo titolo innanzitutto ispirandomi alla canzone bellissima di Fausto Cigliano, ultimo dei grandi interpreti della canzone napoletana: mi piace immaginare che questi poeti somiglino a degli indovini con la capacità di sentire prima degli altri, individuandone le tracce, segreti, presenze, tradimenti, ciò che potrebbe accadere o si vorrebbe accadesse. Questa è la grande corrispondenza tra la vita sociale e il repertorio di questi poeti».

Napoli, la culla della canzone italiana?

«Secondo molti, più autorevoli di me, sì! Sicuramente ha dato vita alla canzone italiana alla tradizione dei cantautori, poeti prestati alla canzone, ma anche a scuole di arrangiamento, interpreti tout cour, attori che familiarizzano con la musica».

Che cosa si prova oggi a reinterpretare questi gioielli?

«Condivido pienamente il termine “gioielli”! Io provo ad indagare il valore di questa musica nella sua universalità, nella capacità di parlare ancora oggi un linguaggio semplice e al tempo stesso complesso che ha questa lingua straordinaria, la capacità di mettere in scena e rappresentare, che sollecita la memoria di un pubblico che conosce, ma necessita di portare alla luce queste opere. E c’è un pubblico enorme oggi che si accosta a questo repertorio, riconoscendolo una seconda volta, e che ne avverte proprio l’universalità e lo spessore poetico».

È importante anche il recupero della parola, di alcune espressioni forse intraducibili in italiano?

«È il valore musicale che rende tutto più semplice che porge e presenta al pubblico queste piccole drammaturgie, vere e proprie vicende messe in scena. La musica ha un valore enorme nella capacità di mettere in scena anche parole a tratti incomprensibili. Ho verificato anche con mio fratello Toni che il napoletano in fondo è una lingua teatrale, universalmente riconoscibile: crea empatia emotiva, per noi la cosa più importante».

Brani noti e meno noti: quali le scelte su un repertorio così ampio?

«Nell’interesse e capacità che ha il Solis Quartet di ri-arrangiare in chiave moderna: l’uso degli archi, anche percussivo, capace di riportare in un altro mondo. È un lavoro dinamico rispetto alla tradizione, canzoni note ma anche ricerca di brani meno noti, ma di grandissimo valore. Tutto ciò sfatando anche il ruolo della canzone napoletana come tragica ed evidenziandone l’ironia».

E i giovani si avvicinano a questo tipo di progetti? Qual è il vostro pubblico?

«È diverso nelle grandi città e nella provincia: nelle città arriva come una continuità che non si è mai spezzata, Napoli per prima, ma anche altre. Nei piccoli centri dove c’è una capacità di coltivare pubblico che ama la lingua teatrale, che usa il teatro per aprire una finestra sul mondo sì, c’è interesse. Ovvio che dove c’è un deserto culturale è molto più difficile!».

Info 0722.2281

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