Pulcinella, uno di noi

L’appuntamento clou del Dance Immersion Festival di Cagli (giovedì 29 agosto al Teatro Comunale alle 21.15), è “Pulcinella, uno di noi”, una rivisitazione, in chiave contemporanea, della nota maschera napoletana, con 11 danzatori della Compagnia Nuovo Balletto di Toscana, la coreografia di Arianna Benedetti e la scrittura drammaturgica di Andrea Di Bari.

Al centro la maschera immortale di Pulcinella, protagonista della Commedia dell’Arte: furbescamente ingenuo, innocentemente scaltro e sapientemente sregolato, nella partitura composta da Stravinskij, con interpolazioni di brani composti anche da Giovan Battista Pergolesi.

Arianna, Pulcinella è uno/a di noi?

«Io mi sono ritrovata tantissimo nel personaggio, anche se, all’inizio, non avevo pensato che anche io potevo essere Pulcinella. Il suo essere goffo, melanconico, un po’ ironico e anche affascinante, a cui piace giocare e scherzare, per sdrammatizzare la vita, un po’ mi appartiene e, in alcuni momenti, mi sono sentita Pulcinella, per abbassare i toni della tristezza. Sono Pulcinella e forse sono anche io un po’ buffa: mi piace ballare, ridere, scherzare…».

Pulcinella è maschio o femmina?

«Direi che è l’uno e l’altra: come in ognuno di noi esiste la parte maschile e quella femminile. È un personaggio misterioso, molto ironico e visto che una donna, in passato, non poteva esprimersi fino in fondo, avrebbe potuto benissimo nascondersi dietro la maschera di Pulcinella».

Come è partita l’idea di questa coreografia che lega la musica di Stravinskij alla maschera napoletana?

«Dal suggerimento di un amico, che conosce benissimo il mio linguaggio del corpo e mi ha spronato ad affrontarlo. Ma ho avuto un grande supporto drammaturgico da parte di Andrea Di Bari, che mi ha aiutata nell’affascinante percorso della Commedia dell’Arte, che qui ha un valore importantissimo».

Dall’hip hop e la break dance, alla ricerca contemporanea?

«Eliminiamo la break dance: provengo dal jazz e ho studiato classico. Poi ho fatto un percorso nell’hip hop, cercando di catturarne l’essenza. e ho avuto anche a che fare con ballerini di break. Ma, alla fine, io non mi sento fedele ad una tecnica in particolare: il mio linguaggio è la fusione delle mie esperienze, in una elaborazione totalmente personale del contemporaneo».

A Cagli è anche una delle insegnanti dei numerosi stage: cosa vede in questi giovani allievi?

«Non posso dire che bene di questi ragazzi: sono molto preparati, dai più piccoli ai più maturi, con un’ottima educazione al lavoro. Una bellissima energia nel movimento e grande attenzione allo studio: devo fare i complimenti ai loro maestri».

Consigli a un giovane, oggi?

«Di non mollare mai! Se c’è la passione, questo è un bellissimo “lavoro” e non bisogna scoraggiarsi se in Italia non c’è ancora molto spazio. Qualcosa si sta muovendo, stiamo recuperando le nostre radici, manca solo un solido sostegno…».

E nel suo futuro?

«Vengo da un’esperienza bellissima per il Colours Dance Festival di Stoccarda, dove ho debuttato, a luglio, con Labirinto. A dicembre inizierò le prove di un Don Giovanni realizzato da 3 donne: mie le coreografie, Cristina Pezzoli alla regia e Erina Yashima direttore. Debutteremo a fine gennaio a Pisa».

 

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