Pupi Avati a Pesaro Film Fest

La settima giornata di Pesaro Film Fest si presenta particolarmente intensa e avrà come ospiti, venerdì 21 giugno, Antonio e Pupi Avati, alle 17,30, nella Galleria Franca Mancini, per la presentazione del volume “Ieri, oggi, domani. Il cinema di genere in Italia”, curato da Pedro Armocida e Boris Sollazzo, che è anche il tema al centro del focus di questa 55° edizione. Inoltre, dopo l’appuntamento con Walter Veltroni, che dialogherà con Lino Banfi e l’omaggio a Stracult con Marco Giusti, Andrea Delogu e gli altri autori del programma, sarà proiettato, in piazza del Popolo, “Regalo di Natale” per l’evento speciale sul cinema di genere italiano.

Ad agosto uscirà “Il signor diavolo”, il nuovo film horror di Pupi Avati che ritorna nelle atmosfere cupe e inquietanti del Polesine anni ’50.

Qual è la differenza tra passione e talento?

«È fondamentale. La passione è qualcosa che puoi in qualche modo controllare, gestire, mettere in campo tu attraverso la tua volontà, determinazione e caparbietà o attraverso l’aiuto di chi ti possa indirizzare in percorsi giusti e quindi ha a che fare molto con la ragione. Il talento è sacralità, è il grande mistero di una identità peculiare e irripetibile, unica. Nessuno ci può “replicare”, ognuno di noi è portatore di un talento che ha varie componenti, come la predisposizione, la vocazione: il talento non si impara in nessuna scuola, ma di bello c’è che ognuno di noi ne ha almeno uno. Bisognerebbe sempre fare coincidere il proprio talento con quello che si andrà a fare nella vita. Io mi ostinavo con il clarinetto: ora lo guardo, lo amo, ma non è stato un clarinetto fortunato: è finito nelle mani di un musicista non dotato».

E quanto contano gli amici e la famiglia nella sua intensa carriera?

«Tutto quello che ho raccontato nei miei film è come avrei voluto che fosse più che come è stato realmente. Poi, solo in certi momenti, in certi film un po’ più disincantati, ho trattato verità scomode, autobiografiche e dolorose. La maggior parte dei film che popolano la mia filmografia sono su come avrei voluto che fosse la mia città, Bologna, la mia famiglia, i miei amici, la jazz band. Il cinema ti permette di mentire anche a te stesso».

Quali le assonanze e/o le differenze tra Balsamus e il Signor Diavoloche vedremo nelle sale ad agosto?

«No nessuna con quello: l’attinenza è più con film gotici, La casa dalle finestre che ridono, o Zeder. Quelli che hanno a che fare con il realismo magico delle nostre terre, il gotico pagano che abbiamo inventato noi, nell’idea che anche l’Emila potesse esprimere anche delle inquietudini, contro le rassicurazioni di Don Camillo e Peppone. L’horror, i killer, i fantasmi, in Emilia non hanno mai avuto diritto di cittadinanza, siamo stati i primi».

Alla Mostra viene presentato un focus sul cinema di genere: si è evoluto dagli anni 70 ad oggi?

«Non si è evoluto è scomparso! È stato seppellito da questa moda delle commedie che ha praticamente monopolizzato il cinema di oggi, salvo alcuni autori che hanno identità come Bellocchio Garrone o Sorrentino, ma sono pochi. Oggi si fanno solo commedie ambientate nel presente che si occupano di tematiche del presente. Non c’è più la sfrontatezza di un romano di Trastevere come Leone che fa i western. I nostri film andavano all’estero. Ora ci sono solo commedie che non fanno pubblico e che ti sembra sempre di aver già visto. Poi la tv, che assomiglia molto al cinema: stessi attori che fanno fiction e fanno film e ti sembra di avere già visto tutto. Non c’è più voglia di rischiare, manca l’ambizione, elemento cardine della creatività per fare qualcosa di significativo. Pensi che l’unico film horror italiano è il mio e ha avuto ben 6 no prima di riuscire a trovare distribuzione. La committenza è diseducata a leggere progetti di genere, non c’è più la capacità culturale. Con questo film li ammazziamo tutti!».

Sarà ospite nella città di Rossini e di Riz Ortolani:

«Rossini era persona di una creatività assoluta, adoro il suo Viaggio a Reims, e simultaneamente un uomo che ha saputo vivere gioiosamente: uno straordinario talento messo a frutto. Ma tutte le volte che vengo a Pesaro penso a Riz, che ha fatto ben 35 film con me, un grande genio, indimenticabile».

 

Print Friendly, PDF & Email

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *