Richard II: la purezza del Teatro

di ANTONELLA FERRARO – Ci voleva un gigante come Peter Stein per riproporre al pubblico questo Richard II di William Shakespeare, opera filosofica, didascalica,improntata su un mentalismo estenuante e rivelatore, poco rappresentata perché considerata “difficile”, così spoglia di orpelli, di incursioni sceniche eclatanti e anche del sensuale romanticismo o delle profondità di tenebra a cui il grande drammaturgo ci ha resi avvezzi.
Una messinscena che solo un approccio semplicistico potrebbe definire monotona, perché operando un minimo spostamento verso il centro e il senso è facile cogliere il capillare lavoro di cesello celato dietro la traduzione cristallina ed immediata di Alessandro Serpieri ,che consegna allo spettatore il linguaggio shakespeariano scarnificato fino all’apoteosi della sua essenza, passa a chi guarda il testimone della decodifica, dell’immedesimazione.
Con questo progetto, Stein sembra in parte rinnegare i crismi trasgressivi e non conformi che costellano la sua lunghissima carriera di regista culto del Novecento. Celebra invece, e riconferma, il suo asciutto rigore, la sua coerenza morale e, con questo Richard II, lancia una sfida ultima. Lavorate voi, suggerisce al pubblico, io vi offro l’arte sincera e nuda come mai è stata. Dopo “Come vi Piace”, il “Tito Andronico” e il riadattamento “Der Park” da “Sogno di una Notte di Mezza Estate”,  ancora Shakespeare e, di nuovo, teatro impegnato, politico e questa volta densamente filologico. Riccardo, figura ambigua, perversa ed androgina, è donna, rievocando  la Fiona Shaw del 1995, nella regia di Deborah Warner. Una femmina incisiva e fortemente regale come Maddalena Crippa, grande attrice e  compagna di vita di Stein. Una interprete d’eccezione, che accetta la sfida congegnando una dizione cupa, pausata e scandita, dinamismi eleganti, spietato rigore interpretativo e un unico lacerante abbandono lirico nel finale intenso, che vede l’assassinio del re ormai deposto e recluso in carcere.
La vicenda, piuttosto semplice e basata sugli intrighi di potere così familiari al Bardo, intreccia connessioni immediate con il nostro presente, nell’eterno gioco arbitrario e privo di scrupoli e umanità condotto dai governanti di ogni epoca e latitudine. Riccardo è l’eccesso, l’onnivora malvagità dell’autorità suprema, contrapposta ai principi etici di una società incarnata dai due principali contendenti, Bolingbroke (il bravo Alessandro Averone) e Mowbray (Graziano Piazza, incisivo e imponente) e dal vecchio John Gaunt (un eccellente Paolo Graziosi), alter ego di Richard nell’invocare gli ideali della monarchia britannica devastati dall’avidità e dalla dissolutezza del giovane regnante.
E’ coerente, Stein, alla svolta impressa alla sua arte dalla lunghissima Orestea del 1980, priva di scenografia proprio come questo Riccardo II, condotto fra pannelli neri sovrastati da un ampio balcone, metafora dell’alterità sovrastante del dominio. Splendidi i costumi di Anna Maria Heinreich: lunghi pastrani di pelle a tinte tenui, stivali stringati, armature bellissime nella scena iniziale del duello di lancia e una vistosa corona che la Crippa sostiene con naturale fierezza.
Silenzioso e attento il pubblico, che ha assaporato nell’intimo questo ritorno alla purezza del teatro per il teatro, tributando lunghi applausi alla pièce e all’intera compagnia di bravi attori del Teatro Metastasio di Prato. Inevitabile eco, il monito disperato che racchiude il senso dell’opera intera: “Cosa resta della legittimità di un governante quando perde il potere?”.

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