Rumori fuori scena: una partitura musicale per Valerio Binasco

Al Sanzio di Urbino, martedì 10 dicembre alle 21, giunge un cult del teatro contemporaneo: la divertente commedia “Rumori fuori scena” di Michael Frayn con Valerio Binasco impegnato nel doppio ruolo di regista e interprete, insieme ad un ottimo cast che compone la “compagnia di scalcagnati teatranti” alle prese con una prova generale. Binasco ha una lunga e felice frequentazione con i meccanismi della commedia e con grandi autori come Goldoni, Shakespeare, Molière. Naturale quindi per lui approdare al testo che meglio svela, con affettuoso sarcasmo, le dinamiche che si nascondono dietro a uno spettacolo teatrale.
Da Shakespeare a Frayn passando per Goldoni?
«Sono dei grandissimi autori tutti e tre non è stato un passaggio difficile: sono tutti molto utili per chi cerca di fare un teatro festoso, emotivo e d’ensemble, che sono le tre caratteristiche io inseguo da anni».
Una comicità tout cour: che effetto le ha fatto affrontare il comico senza sconfinamenti nella commedia nera?
«Qui non c’è spazio per la malinconia: quei pochi accenni leggeri sono proprio una nostra invenzione, ma poco sostanziali. È un testo comico, come un western è un western e per la prima volta mi sono trovato di fronte a un genere preciso, che ha le sue leggi e la cosa bella è stato scoprire che non sono leggi formali, ma “musicali” che prevedono un certo tipo di strumenti e di accordi. Scoprire che il tutto era solo musica è stato molto piacevole».
Una piacevole sorpresa?
«All’inizio ero un po’ sconfortato dal fatto che il genere comico non volesse aprire le sue braccia alla malinconia, ma poi comprendi che la poesia del comico è quella di far ridere, ma non in modo cabarettistico e sta funzionando. In scena si vive qualcosa di credibile e naturale».
Il suo lavoro ha sempre avuto qualcosa a che fare con il suo percorso di uomo/artista?
«Mi sono divertito e mi diverto abbastanza anche quando faccio opere più impegnative: la qualità è la stessa. Qui trovo molto divertente il “suonare” insieme, un vero teatro d’ensemble ed è molto gratificante la risposta del pubblico».
Il suo percorso allo stabile di Torino?
«È nel pieno del suo svolgersi ed è un’esperienza fortissima: è stato importante trovarmi dall’altra parte della scrivania, ma anche lì, negli uffici, c’è un gioco di ensemble notevole e questo la rende una direzione condivisa. È un buon momento per il Teatro di Torino e dobbiamo capitalizzarlo nel modo migliore: ciò che desidero è mettere l’anima anche nel lavoro di gestione».
Qual è lo stato attuale del teatro?
«Schizofrenico direi: da sopra il palco vive di buona salute, ci sono molti luoghi che vengono riconvertiti a teatri e c’è grande energia positiva nel rito dell’andare a teatro. Ma intorno c’è tanta confusione che dipende dal fatto che abbiamo difficoltà a renderlo libero: siamo in una fase di transizione per cercare di liberarlo dal fardello pseudoculturale, per farlo tornare il luogo dove, sia per gli artisti che per il pubblico, la complessità si risolve in emozioni forti. Il palco e i gabinetti politici sono molto lontani, il mio sogno è riavvicinarli».
A quale personaggio si sente più affezionato, a questo punto della sua carriera e quale invece vorrebbe interpretare?
«Mai avuto sogni nel cassetto, mai pensato ad un personaggio in particolare. Amleto, però, è uno di quei personaggi in cui trovo ancora qualcosa di estremamente vivo e a tutt’oggi irrisolto nel mio rapporto con lui. Una sorta di identificazione in corso con le mie fragilità e incertezze: ci sono alcuni frammenti di Amleto che hanno iniziato a parlarmi e non hanno intenzione di zittirsi…».

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