Stravaganti equivoci…al Rof XL

Due nuove produzioni al Rof 2019, Semiramide e l’Equivoco stravagante, una ripresa, Demetrio e Polibio. Il Rof XL si conferma una splendida edizione, con cast stellari per tutte e 3 le opere principali e ottimi concerti, in attesa del Gala che riunirà molti dei protagonisti di questi ultimi anni.

SEMIRAMIDE
Succede in tutti i festival che si rispettino e anche il Rof può vantarsi di aver diviso il pubblico con la prima delle prime, la Semiramide, opera monumentale di un maturo Rossini, il cui soggetto è tratto dall’omonima tragedia di Voltaire.
Ovazione assoluta per il direttore d’Orchestra, Michele Mariotti che ha saputo, fin dall’overture, fare apprezzare fino in fondo la bellezza della musica, lasciando percepire tutti gli strumenti, le pause, i crescendo, i piano, gli accenni melodici e struggenti di una partitura sublime.
Applauditissimo anche il cast stellare, composto da Salome Jicia nel ruolo del titolo, accanto a Varduhi Abrahamyan (Arsace), Nahuel Di Pierro, al suo debutto al Rof nel ruolo di Assur, Antonino Siragusa, Martiniana Antonie, Carlo Cigni, Alessandro Luciano, Sergey Artamonov.

Ma alla comparsa del regista, Graham Vick il pubblico di affezionati melomani ha manifestato tutto il suo disappunto, anche in modo eccessivo, per una messinscena che, a detta di molti, “distraeva troppo”. L’interpretazione contemporanea dei grandi classici è da sempre al centro di interminabili discussioni tra appassionati cultori della tradizione e non: lo sguardo inquietante che accompagna l’opera è molto vicino alla visione del dramma di Voltaire, con una intuizione psicoanalitica che punta al complesso di Edipo, accentuando i toni del racconto sul dramma psicologico.
Ogni allestimento non dovrebbe inficiare la bellezza della musica e delle voci dei cantanti e, forse, a dare fastidio a molti è stata di più la sovrabbondanza di simboli, dettati anche dalla lontana disparità dei costumi (dal completo in stile moderno e maschile per Semiramide ai soldati con uno stile a metà tra gestapo e kgb, fino ai santoni indiani). Difficile quindi collocare l’opera in un preciso contesto storico e forse, questa continua sollecitazione a individuare i segnali registici, ha spostato troppo l’attenzione. Una visione che nel teatro contemporaneo non avrebbe scandalizzato nessuno, ma, evidentemente, ha fatto non poco rabbrividire i tradizionalisti più ferventi.
Resta nel cuore un’esecuzione mirabile di una splendida musica che ha fatto letteralmente volare le quasi 4 ore di ascolto: in fondo, cosa conta di più?

DEMETRIO E POLIBIO
Un giovane Rossini (13enne o 18enne?) è l’autore di Demetrio e Polibio, ripresa in questo quarantesimo Rof nell’allestimento curato da Davide Livermore (nel 2010) con gli studenti dell’Accademia di Belle Arti di Urbino.
Un’opera, secondo Daniele Carnini del comitato scientifico della Fondazione Rossini, non tutta del Cigno e con un libretto assai prolisso e un po’ illogico. In questo caso è quindi la messinscena a rendere frizzante e intrigante l’opera, ambientata nel retropalco di un teatro dove, da poco, ha terminato la sua esibizione un cantante. Spente le luci, dai polverosi bauli escono fantasmi e il gioco tra realtà e fantasia prende corpo, magicamente. Candele che levitano, presenze oscure e trucchi di magia e illusionismo, rendono l’atmosfera onirica e ricca di colpi di scena (come il presunto incendio del teatro). Si nota la presenza dell’Accademia di Urbino e gli spunti del giovane Francesco Calcagnini, che ha confessato, al termine della prima di questa ripresa, di essersi solo ora goduto fino in fondo tutto lo spettacolo (lontano dall’ansia della prima), cogliendo segni di quella che è poi diventata una ricca serie di successi nella sua felice carriera di scenografo. A un quartetto di ottimi cantanti è stata affidata l’opera quest’anno, sempre nella revisione della Fondazione, su cui spicca la splendida voce di Jessica Pratt, nel ruolo di Lisinga, in scena con Cecilia Molinari (Demetrio-Siveno), Juan Francisco Gatell (Demetrio-Eumene) e Riccardo Fassi (Polibio). La musica è stata invece affidata alla Filarmonica Gioachino Rossini, diretta da Paolo Arrivabeni, con il Coro del Teatro della Fortuna M. Agostini, diretto da Mirca Rosciani. Certo il confronto con Semiramide, con la maturità artistica di Rossini, è impossibile, ma è proprio questo il bello del Rof: potersi nutrire di musica e bellezza in svariata misura.

EQUIVOCO STRAVAGANTE
Divertente, coinvolgente, ricca: l’Equivoco stravagante è una vera e propria chicca. Per la loro prima opera al Rof, la coppia di registi belgi Moshe Leiser e Patrice Caurier ha scelto la strada della Commedia dell’Arte, con tutti i personaggi che indossano maschere, ispirate alle caricature del pittore, litografo e vignettista francese Honoré Daumier, che ne accentuano le caratteristiche fisiche in maniera grottesca e una scena apparentemente statica, ma che si scopre via via vivace con porte, “passaggi segreti” e quadri “animati”. Intorno alla scena la cornice dorata di un enorme quadro. Il libretto è costellato da doppi sensi assai arditi per l’epoca, che furono ben presto segnalati alla censura, ma l’idea del grottesco è la chiave vincente e mette in luce tutto lo humour rossiniano. “Più lo guardo, più l’osservo, più l’Eunuco in lui ravviso; femminin non è quel viso, ha un tantin d’umanità…”, per fare un esempio sulla maestria di linguaggio e l’inconfondibile e sempre intrigante partitura rossiniana.
A questo si unisce un cast, formato da Teresa Iervolino, Paolo Bordogna, Davide Luciano, Pavel Kolgatin, Claudia Muschio e Manuel Amati, che sta al gioco e disegna divertenti, a tratti spassosi, ensemble canori. A chiudere il cerchio l’ottima Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai, egregiamente diretta da Carlo Rizzi, e l’ormai collaudata bravura del Coro del Ventidio Basso di Ascoli, diretto da Giovanni Farina.

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