il teatro all’opera: Rof 2017

E’ aria di Rossini Opera Festival a Pesaro: sono iniziate le prove generali delle tre opere in programma per questa 38° edizione dedicata ad Alberto Zedda, mentre sono in arrivo gli ospiti affezionati che ogni anno affollano le prime e i galà del dopo spettacolo, allestiti, come “tradizione” nel giardino della Boutique Ratti, all’Hotel Vittoria e all’Hotel Excelsior.

Le Opere di quest’anno offrono, come sempre, uno sguardo privilegiato dell’intero lavoro di Rossini: dal serio, al buffo al semiserio e le tre Opere sono state messe in scena con una terna di direttori di grande qualità e registi di particolare peso.

Due le importanti novità musicologiche, in scena all’Adriatic Arena nella aggiornata versione critica: Le siège de Corynthe (direttore Roberto Abbado e regia affidata alla Fura dels Baus, il 10, 13, 16 e 19 agosto alle ore 19) e La pietra del paragone (direttore Daniele Rustioni e regia di Pierluigi Pizzi, l’11, 14, 17 e 20 agosto alle ore 20). Accanto ad esse, la ripresa, al teatro Rossini, del rarissimo Torvaldo e Dorliska (direttore Francesco Lanzillotta e regia di Mario Martone, il 12, 15, 18 e 21 agosto alle ore 20).

Le prevendite sono sulla scia degli ultimi anni, anche se forse, il record del 2016 sarà difficile da raggiungere: c’è da considerare però che l’anno scorso 2 opere erano al Teatro Rossini e una all’Adriatic Arena, mentre quest’anno è il contrario: il teatro offre 750 posti, mentre l’Arena può contenere fino a 1200 spettatori.

 

Per quanto riguarda gli allestimenti, pagato il debito al rigore e il rispetto musicologico, c’è sempre massima apertura sul piano dei linguaggi teatrali, col rifiuto degli abusi, ma con una ricerca volta a mettere in scena Rossini con un linguaggio coerente, nella mentalità e nei gusti dello spettatore contemporaneo, senza soffermarsi su messinscene legate all’800. Tre approcci quest’anno, particolarmente diversi, tutti però rivolti alla creazione di un linguaggio che sia coerente ad un codice espressivo teatrale.

Le siège de Corynthe è una delle prime opere di Rossini, dove il grande autore si mosse con prudenza, inventando un capolavoro dove convivono linguaggio belcantistico e recitativi ariosi. Le vicende musicologiche di questa partitura sono numerose, è questa ultima edizione critica a cura di Damien Colas è riuscita nell’impresa di ricostruire il testo originale che viene presentato in prima mondiale con la regia di Carlus Padrissa de La Fura dels Baus. In un momento in cui i bacini lacustri si stanno ritirando, i letti dei fiumi sono ormai in secca e siamo in “emergenza acqua”, con la previsione che l’Italia e l’Europa rimarranno sotto la morsa della siccità, fino a fine estate, la Fura dels Baus, per la prima volta chiamata alla regia di un’opera rossiniana, affronta il topos del conflitto, tra amore e fedeltà alla patria, come una guerra atemporale per l’acqua, bene prezioso e di attualità estrema, tra greci e turchi, in un approccio totalmente visionario che farà sicuramente discutere a lungo. In una scena che si svolge su una terra arida e spaccata dalla siccità, i due popoli lottano per l’acqua contenuta in botti azzurre, i classici contenitori dei distributori moderni di acqua, ma il dramma tocca anche la profondità dell’animo umano, tra idoli e patriottismo con iconografie dedicate all’etica e alla morale, alla vita e alla morte. Pregevoli le immagini d’arte che si susseguono nello schermo sul fondale, dove i “furetti” uniscono Rossini a Lord Byron, morto in Grecia in guerra, con la magnifica poesia sull’assedio di Corinto.

Nella Pietra è da sottolineare la spettacolare trasposizione d’epoca che non provoca nessuna forzatura: la vicenda è infatti trasferita nel 1912 in una atmosfera da Grande Gatsby di Scott Fitzgerald, con forti richiami agli anni ‘70. E’ un’Opera che sembra scritta nel 900 e la pertinenza è talmente grande che non si colgono storture di nessun tipo. Con svagata leggerezza, Rossini costruisce una satira della borghesia dell’epoca, governandola alla perfezione: il regista Pizzi, immagina dunque un drappello di parassiti che si installa nella villa dello scapolo, che userà trucchi e travestimenti divertenti.

La rarissima Torvaldo e Dorliska è stata pensata da Mario Martone come un’Opera medievale, ma il linguaggio non lo è: la scena è dominata da un cancello da cui si entra ma non si esce. Anche qui, i movimenti scenici sono orientati ad un gioco denso di riferimenti alla contemporaneità.

Tra le curiosità di questo festival, c’è da considerare il fatto che nulla viene affidato al caso e, anche in momenti in cui accadono dei piccoli incidenti, tutto si può rimediare al punto da modificare un personaggio. E’ il caso del basso napoletano Carlo Lepore, che interpreta Giorgio, il maggiordomo del cattivissimo Duca di Ordow, ne Torvaldo e Dorliska, che dopo la rottura dell’avanbraccio, anziché essere sostituito ha stimolato la genialità del regista Mario Martone facendogli costruire una sorta di livrea/armatura medievale, adattando di conseguenza, tutte le scene che lo riguardano.

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