Teatro…catartico

Il Teatro è catartico? Andare a teatro con brividi e febbre, con la lacerante morsa di un virus può salvare? nel mio caso è successo, nonostante le 3 ore di uno spettacolo sicuramente non semplice, ma, anzi, che richiede un’attenzione maggiore rispetto ad altri e un lavoro di ricerca di senso e interpretazione alle profonde parole del testo pirandelliano.
Questa sera si recita a soggetto, ultimo tassello della stagione del Teatro Rossini, indaga sul rapporto tra il regista e gli attori e conseguentemente degli attori con il pubblico, nell’adattamento drammaturgico di Sandro Lombardi e Federico Tiezzi, che ne cura anche la regia, e ben quindici attori sul palco ti cattura e ti stringe nella sua morsa impietosa, costringendoti ad indagare nelle pieghe di un’analisi che va oltre la scena.
Un’opera maestosa, “ronconiana”, che si regge anche sulla insormontabile bravura di un cast d’eccezione, la cui unica pecca è effettivamente la durata. Non è facile “fermare” le parole, i concetti, la “lezione” di vita, del “teorema” che rompe la quarta parete e invade la platea continuamente, in un rimando di sensazioni ed emozioni che guidano la messinscena, quella che mette in primo piano la “vita in teatro” la vita che un testo acquisisce  attraverso la sua scrittura scenica. L’attore che rende il personaggio creato dal poeta qualcosa di reale, nella materialità fittizia della scena.
Un metodo, la preparazione di uno spettacolo, che ha a che fare con la chimica e con la moralità, con un’interpretazione che rende autonomo il testo e proprietà esclusiva del regista e dei suoi attori.
Un concerto di una palpitante e variegata orchestra, un prodigio che accade ogni sera e ogni sera è diverso nel muoversi della forma e del singolo personaggio. Il teatro come illusione, spazzata via dalla vita della sua messinscena.
Per Tiezzi l’attore deve avere pensiero freddo e lucido e cuore caldo, il fatto di lasciarsi andare ad una passione non deve essere equivalente a perdersi, ma, al contrario, deve servire a tenere il controllo che gli permette di dare forma al suo sentimento secondo quell’espressività che prende forma nello sguardo del pubblico.
Lo Cascio dirige la sua orchestra concedendo non troppa libertà ai suoi attori/musicisti, tanto che quando essi pensano che la ribellione li abbia liberati, scoprono di essere state vittime di un percorso preordinato dallo stesso regista che proprio a quel risultato voleva portarli.
Perversamente intrigante, lo spettacolo ha punte di diamante in alcuni profondi, inquietanti e a volte grotteschi monologhi in un palcoscenico che, dentro una cornice, è un quadro da riempire di segni e suggestioni.
Si risorge dalla febbre e il brivido è quello di aver assistito alla magia di un Teatro con la T maiuscola.

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