Un flauto…delle meraviglie

Quanto conta l’emozione quando si assiste ad uno spettacolo? Quanto dobbiamo spingerci alla ricerca di un significato, di un significante che ci indichi un cammino “sicuro” nella comprensione di una trama? Gli occhi e la mente vagano alla ricerca dei propri pensieri, spesso guardando al di là di ciò che vedono o, a volte, fermandosi all’immagine, ad una prima impressione, ma capita raramente di imbattersi in qualcosa che riesce a varcare la soglia di un inconscio dimenticato.
Ciò che conviene fare, assistendo ad un’opera complessa come Il Flauto magico di Mozart, è lasciarsi andare, farsi catturare dalla musica che, in questo caso, è accompagnata dalla musicalità della lingua tedesca, un po’ ostica all’inizio, ma che poi scivola via, fluttuando insieme alla storia proprio come i suoi fantastici personaggi.

Nella messinscena di Francesco Calcagnini e degli allievi della Scuola di Scenografia dell’Accademia di Belle Arti di Urbino, occorre lasciarsi trasportare in uno spazio-tempo che non ha contorni precisi: la wunderkammer costruita per ambientare il percorso di crescita del giovane Tamino si rivela un contenitore magico, una vera stanza delle meraviglie che diviene bosco, tempio o reggia, abitata da stravaganti e simbolici personaggi tra cui un uomo uccello, un serpente, tre inquietanti dame, una Regina della Notte, un misterioso Sacerdote Mago fino a tre Piccoli Geni.

L’opera è in realtà un Singspiel, ovvero, al suo interno, molte sono le parti recitate e i protagonisti hanno il non facile compito non solo di cantare in questa lingua così impenetrabile, ma anche recitarne i versi in prosa.
Chissà come mai, pochi mesi prima di morire, al giovane Mozart sia venuto in mente di raccontare una storia di crescita spirituale e morale di due adolescenti. Chissà se quei maghi o quei mostri abitavano già la sua mente e quello era il modo più semplice per esorcizzarli. Certo è che, se di incubo si fosse trattato, è sicuramente uno dei più incredibilmente fantastici e il successo dell’Opera ne è la prova.

Contrariamente all’allestimento del Barbiere, era difficile entrare appieno nella storia per gli studenti dell’Accademia “imparandola a memoria”, occorreva trovare altra strategia per immergersi in una trama così ricca di riferimenti massonici, esoterici, alchemici e illuministi, ma, come sempre, la creatività e l’occhio allenato a messinscene di grande impatto spettacolare di Francesco Calcagnini sono riusciti a restituire tutta l’intensità di un percorso fatto di chiaroscuri nella eterna lotta tra il bene e il male, tra il bianco (non a caso dei sacerdoti) e il nero della notte. Lo stesso Calcagnini ha denominato lo spazio come un’immensa “camera oscura” e a noi è sembrato di vedervi all’interno tutti quei lampi, quei flash, quelle emozioni fantastiche che viaggiano tra sogno e realtà nell’immaginario sconfinato di un giovane che affronta la vita.
Tentazioni, morale, il senso di giustizia e la religione o la mancanza di essi, la sensazione di camminare sul filo di un rasoio pronti a perdere gli affetti e le cose più care, sono alla base dei continui tumulti emozionali. La suggestione delle scene, imponenti e dense di simbologie misteriose, creano un fascino che avvolge lo spettatore e lo conduce per mano in questo viaggio, apparentemente iniziatico, ricco di riferimenti con un’intimità profonda che svela dolcezze e paure che abitano la nostra mente, la nostra speciale e personale wunderkammer che apre abissi e/o trova scorciatoie per sopravvivere e affrontare la vita, ogni giorno.

Molto giovani i cantanti e forse ancora un po’ troppo emozionati alla prima fanese, tra cui spicca la bravura di Matteo Olivieri nel ruolo di Papageno, anche per la difficoltà di cantare e recitare con una maschera, che ha saputo destreggiarsi con disinvoltura nel ruolo più divertente dell’Opera. Ottima prova anche della FORM diretta dal Maestro Gaetano d’Espinosa e di una significativa rappresentanza del Coro del Teatro della Fortuna “M.Agostini” preparato da Mirca Rosciani.

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