Una Medea…per strada

Dal 14 al 19 maggio a Pesaro, TeatrOltre offre un’esperienza unica, che va oltre il semplice assistere a uno spettacolo teatrale con “Medea per strada”, spettacolo itinerante con Elena Cotugno del Teatro dei Borgia per sette spettatori, su un furgoncino che percorre le strade della prostituzione per settanta minuti che non lasciano indifferenti. Gli spettatori vengono infatti invitati a salire su un furgone, un vecchio ferro del ’94, che rievoca un teatrino, oppure un postribolo viaggiante. L’attrice sale e inizia a raccontare una storia: quella di una giovane migrante, scappata dal proprio paese, arrivata in Italia e finita a prostituirsi per amore di un uomo da cui si crede ricambiata e da cui ha due figli.

Chi è questa Medea e che riferimenti ha con il mito classico?

«Di Medea c’è proprio tutta la storia: una straniera, in questo caso dalla Romania, che parte dal suo paese e incontra un uomo che crede ricambi il suo amore, ma che diventa il suo sfruttatore. È stato abbastanza naturale unire le due storie, ci siamo chiesti chi fosse “la straniera” oggi: una ragazza che spesso cerca una vita migliore e si ritrova vittima di schiavitù sessuale. Volevamo raccontare, nello specifico, questo aspetto nel sociale: cosa è, come avviene, cosa succede a tante ragazze immigrate illegalmente».

In ogni città prendete contatti con associazioni locali?

«Contattiamo associazioni di riferimento che si occupano di portare assistenza, sia sanitaria che legale, e delle volte hanno anche lo scopo di togliere queste ragazze dalla strada. Vorrei specificare che si parla di schiavitù e non di prostituzione. Poi dipende dalla provenienza della ragazza e cambiano le dinamiche di sfruttamento, a partire dalle dinamiche del viaggio: le differenze più marcate sono quelle tra le ragazze dell’est e quelle dall’Africa».

Lo spettacolo è in bilico tra finzione e verità?

«Sì, si può dire così: si svolge su un furgone, attraversando le strade della prostituzione. Gli spettatori hanno, da una parte il teatro, la fiction, mentre fuori dal finestrino si trovano a confronto con la realtà e questa combinazione abbiamo visto che accende la mente dello spettatore. Lo scopo era quello di “scomodare” lo spettatore, portandolo fuori da un luogo protetto, e di metterlo su un mezzo, non propriamente comodo, a contatto ravvicinato non solo con l’attrice, ma anche con quello che succede tutti i giorni intorno a noi, andando contro l’indifferenza».

E se non ci fossero zone precise?

«Ci è capitato di essere in città più “protette”, ma quando non ci sono situazioni evidenti non dobbiamo pensare che non ci sia sfruttamento sessuale: avviene in casa, o in altri luoghi».

Uno spettacolo diverso, ogni volta?

«Sì assolutamente, anche rispetto a chi sale a bordo: c’è molta interazione con il pubblico e dipende molto dall’empatia che si crea. Uscendo fuori dal teatro anche noi ci sottoponiamo a dei “rischi” e questa è la parte più interessante della ricerca, oltre a quella sociale. E questo è alla base del modo di fare teatro della nostra compagnia».

Quasi 200 repliche: qualche aneddoto?

«Qualcuno è voluto scendere, qualcuno insisteva per essere portato a teatro che stavamo facendo tardi! Vengono persi parametri e codici teatrali ed è quasi normale lo spaesamento. Una situazione voluta per mettersi a confronto con la realtà».

 

PRENOTAZIONE OBBLIGATORIA allo 0721 387621.

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