Vasco Brondi: nuovi cortocircuiti

Mercoledì 16 gennaio, il Teatro Rossini di Pesaro, ospita l’ultima tappa dell’atteso tour teatrale di Vasco Brondi/Le Luci della Centrale Elettrica, ideato per festeggiare i dieci anni dall’uscita del primo album e capitolo conclusivo del progetto Le Luci della Centrale Elettrica. Ad accompagnare il cantautore ferrarese sul palco, una band composta da: Rodrigo D’Erasmo al violino, Andrea Faccioli alle chitarre, Gabriele Lazzarotti al basso, Daniela Savoldi al violoncello e Anselmo Luisi alle percussioni. Brondi ha la capacità di riportare in musica le atmosfere piatte, surreali e indispensabili della provincia: la rabbia del viverla e, al contempo, la straordinaria bellezza dei suoi segreti, della semplicità, della perfetta linearità di certi frangenti dell’esistenza.

Dieci anni di carriera: è tempo di bilanci?

«Non mi metto mai a fare bilanci, mi sono buttato allo sbaraglio in questo viaggio senza saperne niente, navigando a vista. Seguendo l’unica regola che secondo il disegnatore Andrea Pazienza è importante seguire: viscere sul tavolo. Esporsi e fare quello che si sente, il resto va da sé. Con il tempo ho guadagnato più consapevolezza e più libertà di azione».

Al suo esordio questo proliferare di artisti italiani che cantano in italiano non c’era: si sente un po’ un iniziatore? «Spero di avere lasciato una possibilità. Ho dimostrato che c’è spazio per cominciare a far musica senza avere nessuno dietro, fare un percorso intimo, profondo e popolare allo stesso tempo. Oggi chiudo il progetto Le Luci della Centrale Elettrica nel momento di massimo seguito. In qualche modo ho dimostrato che si può fare la propria strada senza farsi troppo distrarre».

Dalla Via Emilia alla Via Lattea: l’Italia dal 2008 al 2018: quanto è cambiato il nostro Paese e quali le differenze macroscopiche, in campo musicale secondo lei?

«Tutto cambia di continuo, le epoche sono tutte epoche di transizione e la musica è la colonna sonora di questi periodi di passaggio. Nascono nuovi generi, vanno fuori moda altri generi, ma onestamente non sono cose che seguo, non me ne può fregare di meno. Penso a uno come Paolo Conte che anche negli anni ottanta, quando c’era la disco music, non ha cercato il produttore giusto per avvicinarsi alla disco music, ma ha continuato la sua strada e ci ha lasciato canzoni eterne. Nella musica mi interessa l’eternità».

“Mistica” segna un nuovo passo della sua cifra stilistica. Verso quale direzione andrà la musica di Vasco Brondi nel 2019?

«È sempre un laboratorio per me, provo delle cose. Per Mistica ho lavorato con Populous che ha scritto la parte elettronica ed è venuta fuori questa storia in punti di fuga. Contemporaneamente stavo preparando questo tour nei teatri che invece è completamente acustico, con gli archi e una piccola orchestra. Lavoro tra i cortocircuiti».

Ora il tour nei teatri: non le mancano i club, dove tutto è cominciato?

«In questo momento no, me li sto proprio godendo. In Italia i teatri sono magici, tolgono il fiato! Anche come spettatore negli ultimi anni ho amato molto vedere i concerti o in teatro oppure d’estate all’aperto, nei parchi, in riva al mare. Diciamo che nell’ultimo anno ho suonato solo in posti in cui anche come spettatore mi sarebbe piaciuto stare. I teatri sono perfetti perché mi consentono di fare un concerto che tende al silenzio e che arriva al frastuono mischiando letture, canzoni piano e voce, racconti e canzoni in versione più elettrica».

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