Vincent Van Gogh: l’odore assordante del bianco

In scena al Teatro Rossini di Pesaro, da giovedì 10 a domenica 13 gennaio, “Vincent Van Gogh – L’odore assordante del bianco” di Stefano Massini, interpretato da Alessandro Preziosi. Una sorta di thriller psicologico attorno al tema della creatività artistica che lascia lo spettatore con il fiato sospeso dall’inizio alla fine. Lo spettacolo ha ottenuto numerosi consensi di pubblico e critica, per la sua scrittura limpida, di rara immediatezza drammatica, ricca di spunti poetici, che offre considerevoli opportunità di riflessione sul rapporto tra le arti e sul ruolo dell’artista nella società contemporanea.

Dopo Cyrano, Don Giovanni e Amleto, l’affascinante figura di Van Gogh: cosa l’attrae di più di questo artista?

«Il testo che ho letto, nel senso che, nella pittura, ho sempre amato Van Gogh, ma la lettura di questo testo mi ha aperto un mondo anche sul valore della creatività, su quel bene assolutamente poco praticato dall’uomo che è il valore spirituale e morale dell’arte. Come diceva Sant’Agostino, la creatività dell’uomo spesso non si è fermata a ciò che di per sé era bello, ma ha sempre tentato di trasformarlo in qualcosa di diverso, più vicino a Dio. Questa è l’essenza del lavoro di Van Gogh, la sua follia in cortocircuito con la realtà, la difficoltà di accettare la realtà e riprodurla così come è».

Quale la sua interpretazione del testo di Massini?

«Molto concentrata sul processo della creatività, sul capire verso quali strumenti e in cosa consiste la creatività di un artista, partendo dal presupposto che ogni stimolo è azzerato dal “castello bianco” in cui troviamo Vincent all’inizio».

L’odore assordante del bianco: sembra in antitesi con l’energia dei colori di Van Gogh

«È semplicemente una tripla sinestesia che indica allo spettatore quali sensi vengono utilizzati quando il pittore dipinge, ma anche a cosa si prova quando guardiamo un quadro, quale combustione di sensi dovrebbe smuovere l’osservazione di un quadro. E questa sinestesia fa parte di un momento di grande difficoltà che Vincent vive ricordando episodi del suo passato in cui questo intoppo, il rallentamento del processo creativo, si va a sciogliere attraverso 3 sensi, vista, olfatto e udito».

Ha desistito dal curare anche la regia dello spettacolo: un modo per concentrarsi di più sul personaggio?

«Non me la sono proprio sentita non ero il regista adatto. Credo che ci siano lavori in cui possano prevalere immaginazione e fantasia, questo testo necessitava qualcuno che avesse forza, intelligenza, determinazione e grande etica teatrale e nessuno meglio di Alessandro Maggi poteva farlo».

Arte e follia, destinate a viaggiare spesso in coppia?

«Oggi un artista viene totalmente inghiottito da una realtà profondamente sfuggente e contraddittoria. La follia di Van Gogh era ostinarsi a non vedere le cose come erano, ma la tipologia, la costanza e la consapevolezza dei suoi quadri non sembrerebbe far pensare a un folle, ma ad un soggetto con spaventosi cambi d’umore. La follia può essere un modo per giocare con arte, aggirare la realtà e non crescere».

Qual è il quadro che preferisce di Van Gogh?

Campo di grano con i corvi, perché in qualche modo sintetizza, più di ogni altro, molto della sua personalità sia dal punto di vista umano che pittorico».

Cosa ha lasciato dentro di lei questo personaggio?

«Una maggiore consapevolezza nel guardare il mondo che mi circonda, maggiore umanità e quindi una grande dolcezza».

L’incontro con la compagnia di Vincent Van Gogh si svolge, a ingresso gratuito, sabato 12 gennaio alle ore 18 presso la Sala della Repubblica del Teatro Rossini.

Info: teatro Rossini 0721 387621. Spettacoli da giovedì a sabato ore 21, domenica ore 17

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