WIM WENDERS un labirinto di immagini e di sogni

No, non è un sogno: Wim Wenders è stato qui, nella nostra regione, nel nostro territorio, con tutta la sua sensibilità e umanità, con la sua simpatia e umiltà verso le persone e verso gli straordinari panorami dei nostri borghi e delle nostre colline.

Lo stesso Simone Massi, cuore del festival Animavì, che gli ha consegnato il premio alla carriera, ha vissuto questa esperienza con tutta la sensibilità e la passione che lo contraddistinguono: «Finché sei dentro al sogno avviene tutto in maniera così naturale che non ti stupisci più di tanto. Ti sembra tutto naturale, anche quello che in realtà è magico e sorprendente. Poi quando si recupera una distanza dal sogno, domani quando loro andranno a Roma, probabilmente comincerà questo risveglio e sono anche un po’ curioso di vedere come sarà. Forte delle esperienze precedenti con Kusturica e Sokurov, so già che prevarrà l’incredulità e il pizzicotto che ti dice che non è stato un sogno, perché ci sono filmati e fotografie, ma è stata un’esperienza davvero straordinaria, perché oltre ad essere tra i più grandi artisti del mondo, scopri come siano anche eccezionali, alla mano, come siamo noi e i nostri padri, Sono felicissimo perché in questi 3 anni, ho incontrato delle grandi persone».

Al Comunale di Cagli si è svolto l’evento pubblico della premiazione, con la visione de “Il sale della terra”, con un pubblico in visibilio che ha accolto Wenders tutto in piedi in un applauso ininterrotto di 10 minuti. Lo sguardo del regista tedesco è andato subito alla bellissima architettura del teatro: «Wow – ha esclamato – è incredibile vedere ben 4 ordini di palchi, fantastico».

Ed è con questo sguardo che ha vissuto il tour nei nostri territori: affascinato da ogni cosa, sia essa naturale, come i paesaggi, che architettonica, i borghi. Uno sguardo attento a cogliere ogni particolare, ogni emozione, ogni sfumatura, osservando il tutto con grande umiltà e interesse, dimostrando anche grande empatia e facendo i complimenti alle persone che gli sono state vicino in questi giorni: «Simone, Mattia, Sandro, Leone: ho conosciuto queste persone per la prima volta ora e mi sono sentito a casa e ho pensato: non vorrei essere in nessun altro posto al mondo in questo momento. Non so se voi conoscete la vostra provincia, ma è davvero bellissima, con scenari favolosi: la scorsa notte ho incontrato un vecchio uomo fatto di legno che stava in cima al castello di Frontone, andatelo a vedere poterebbe diventare vostro amico».

Ma dove metterebbe, oggi, la sua telecamera per raccontare il mondo di oggi? Riflette e risponde: «Potrei metterla qui da questo palco, o anche fare un controcampo e metterla dalla parte del pubblico così vedrei e capirei cosa sentite voi. Ma non è solo una questione di dove mettere la macchina da presa, ma dove mettere la propria mente o dove porre i propri sogni perché nessuno sa cosa accadrà. Nel film che avete appena visto quando ho incontrato Salgado non sapevo affatto che lui stava coltivando piante per ripopolare la foresta, ma conoscevo solo le sue foto, così mi si è aperto un mondo sconosciuto. Poi bisogna anche sapere dove mettere la macchina da presa il prossimo anno…».

E chissà se sarebbe disposto a girare un film proprio nei nostri territori? «Forse, perché no, sono posti fantastici e la gente, soprattutto, è davvero bellissima».

Ogni suo film è un’avventura: «Con Salgado è stata una splendida avventura e sapevo, attraverso le sue fotografie che era entrato in contatto con tanto dolore, restituendogli grande dignità. Così il Papa: non vi è parso straordinario che un Papa si affacciasse e dicesse Buonasera alle tante persone che lo attendevano e che si facesse chiamare Francesco? Questo mi ha colpito e per questo ho voluto conoscerlo. Attraverso questi ritratti riesco a raccontare cose straordinarie perché loro sono straordinari».

Prima del Papa, Wenders ha incontrato gli angeli e viene spontaneo chiedergli qual è la ricetta per incontrarli: «Primo passo, siate sempre pronti, secondo passo sposatene uno…» e il riferimento è a Donata, sua moglie che lo ha accompagnato con entusiasmo in questo tour marchigiano. «Ma un angelo non è qualcosa di sconosciuto, perché anche voi li vedete ogni giorno, sono i bambini. – prosegue – Ed ognuno di voi ha un angelo dentro di sé che è il bambino che è ancora dentro di lui. Osservate più attentamente gli anziani, di sicuro riuscirete a vedere in ognuno di loro il bambino che fu. Se ognuno di noi riuscisse a tirare fuori il suo bambino il mondo non sarebbe così nei guai!»

La sua filmografia è stata definita “un labirinto del pensare”: ma lui non è d’accordo: «Io non penso che sia un labirinto del pensare, no, penso sia più un labirinto di immagini e di sogni, qualcosa di molto più emozionale, che mi guida ogni volta che lavoro».

In privato gli chiediamo anche qualcosa suoi personaggi, i suoi attori, che sono presenze importanti e imponenti nelle sue pellicole: corpi icone che non si fanno “ingabbiare”, come ad esempio Harry Dean Stanton: «Dean è davvero un ottimo esempio: io spero sempre che gli attori, quando partecipano ai miei film, non “lavorino”: non è la recitazione che mi interessa, ma che essi siano loro stessi, in tutto. Per questo non voglio “attori”, ma persone che mi restituiscano quello che sono, quello che pensano, che mettano loro stessi prima di tutto».

E un ricordo di Stanton? (sorride) «Harry era straordinario, ma anche tanto insicuro: quando abbiamo girato Paris Texas, quando siamo andati a ricevere dei premi, non faceva altro che dirmi di sentirsi inadeguato: mi diceva “guarda come è bella la Kinski e io sono brutto, guarda come sono belli tutti gli altri e come sono bravi…” Ho passato intere nottate a rassicurarlo e a dirgli che lui era perfetto».

La musica nei suoi film ha un ruolo importantissimo e sono tanti gli artisti con cui ha collaborato: ma come e quando avviene la scelta delle sue colonne sonore? «La relazione tra musica e cinema è sempre differente, con ogni pellicola è differente: musica e storie si incontrano come in una relazione. Quando ero giovane la musica era la mia passione e volevo fare il musicista, ma ho dovuto fare una scelta perché non potevo essere musicista, pittore, scultore, poeta, scrittore: il cinema è un medium per essere in contatto con tutte queste cose e la musica lavora con tutta la mia opera. Per ogni film trovo il linguaggio musicale che si adatta perfettamente a quello che sto facendo. Quando poi vedo il risultato finale so che racchiude tutte le arti che amo, è tutto lì e così, ora, non rimpiango di aver abbandonato la musica».

Momento clou della sua presenza, il ritiro del bellissimo premio, il Bronzo Dorato alla carriera: «Lo metterò sulla mia scrivania molto vicino a me, è il cavallo dei bronzi dorati e ogni volta che lo osserverò rivedrò tutti i vostri volti e ricorderò questi posti bellissimi, tra i più belli del pianeta. Spero di tornare presto».

Come tutti i “grandi” i suoi modi di fare sono estremamente semplici e spontanei. Una cosa è certa: ora, più che mai, sappiamo che quello che ci mostra, come per i suoi “attori”, è davvero il suo sentire, sia che si occupi di angeli o demoni. Il suo cinema viene da dentro, dalla sensibilità e dallo sguardo di uno straordinario poeta: «Penso che l’atto del vedere avvenga in parte attraverso gli occhi, ma non completamente».

FOTO DI FILIPPO BIAGIANTI

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