America: sogno e castigo

Speriamo di vedere presto a Pesaro lo spettacolo andato in scena allo Spazio Rossellini di Roma: “America”, la nuova regia di Francesco Calcagnini, tratto dal racconto omonimo di Kafka. Uno spettacolo nato dalla collaborazione di Calcagnini, docente dell’Accademia di Belle Arti di Urbino, con la Sapienza di Roma, prodotto da Illoco Teatro e Teatro Libero di Palermo. In scena 12 studenti, affiancati da Edvige Cecconi, Giorgio Donini e Francesca Gabucci. Attraverso una messinscena corale, vengono ricreate le atmosfere e gli incontri sventurati che causano il costante senso di smarrimento provato dal giovane protagonista, Karl, nato e cresciuto a Praga, spedito negli Stati Uniti dai genitori, come castigo per essere stato sedotto dalla cameriera di famiglia.

Calcagnini, Come è nato il progetto?

«Insegnando “scenografia” in modo virtuale, a causa del covid, mi è subito venuto in mente il romanzo di Kafka. Il titolo originale era Lo scomparso (o Il disperso) e, nella nostra situazione, più che una pestilenza, si avvertiva la scomparsa dalla presenza. Il romanzo narra di un giovane europeo che si avventura in un mondo nuovo, tra l’altro totalmente immaginario, perché Kafka non è mai stato in America e se la inventa totalmente, ma tutti gli stereotipi che si inventa sono poi risultati veri. L’altra cosa interessante è che il racconto ha la struttura di un film “on the road”: un viaggio che passa da spazi sconfinati a stanze sempre più piccole, fino ad arrivare alle pareti di un ascensore (Karl finisce a fare l’ascensorista), in un senso di claustrofobia totale».

Da qui il coinvolgimento di due scuole:

«Abbiamo iniziato uno studio e ho coinvolto le due classi, a distanza, di Urbino e Roma. Poi, Illoco Teatro ha ha realizzato l’effettiva messinscena. Alcuni studenti romani avevano già avuto diverse esperienze teatrali, mentre altri sono al debutto, ma con grande impegno tutti hanno fatto il loro meglio, con tutte le restrizioni del caso, mascherine, distanziamenti, ecc, con il piacere di vedere fin dove le cose erano possibili. Inoltre il testo è stato tutto curato da due studentesse romane (Ilaria Iuozzo e Caterina Ridi) in uno splendido lavoro di drammaturgia condivisa.».

La crescita, la ricerca di valori, e non ultimo il tema della migrazione di un giovane europeo: c’è davvero tutto in questo racconto?

«Non vado mai a cercare la contemporaneità, studio sempre la distanza tra il testo e noi, ma in questo caso, pur non cercandola, c’era aderenza tra questo essere catapultati tutti in qualcosa di diverso, grazie o purtroppo anche a questa pandemia che segna distanze e misure. Siamo tutti un pochino Karl che si avventura in un mondo antipatico. C’è anche una ragazza persiana nello spettacolo, che ha subito qualcosa di molto simile a Karl».

Il romanzo è rimasto incompiuto: gli avete dato un finale?

«No, lo abbiamo lasciato esattamente incompiuto con l’aggiunta del frammento del teatro in Oklahoma. Mi interessava che in un momento così complicato, due scuole, senza una particolare programmazione si sono riuscite con destrezza a mettere in scena. Manca, ovviamente, il solito “plotone” della scuola di scenografia di Urbino, ma vedere studenti di Urbino che lavorano così in sintonia con quelli di Roma dà il senso di un mescolamento di mondi che ritengo necessario per le istituzioni».

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