Ascanio Celestini: a mezzanotte e un minuto riparte il teatro

A mezzanotte e un minuto di lunedì 15 giugno il teatro riparte da Pesaro con uno spettacolo, curiosamente nato fuori dai teatri, che inaugura la ripartenza dello spettacolo dal vivo. Sarà Ascanio Celestini e il suo “storico” “Radio clandestina” a segnare in maniera simbolica e commovente il tanto desiderato ritorno allo spazio del teatro, al Teatro Sperimentale di Pesaro: la prima replica  è prevista alle 00.01 del 15, la seconda alle 21. Sono passati 20 anni, ma i racconti di Celestini stanno ancora in “quella stanza”, nei pochi metri quadrati che occupano tutte le scenografie degli spettacoli portati in scena successivamente.

20 anni di Radio Clandestina, tutto il suo teatro è partito da qui?

«20 anni fa ho iniziato a raccontare una storia di 60 anni prima  e adesso è ancora valida: parla di un passato che non è cambiato e soprattuto pesa nel presente più o meno alla stessa maniera. Uno dei problemi del nostro paese è l’impossibilità di trovare una tregua e accettare di condividere una memoria, che resta una memoria divisa. È curioso che a distanza di tanti anni ancora fatichiamo a dichiararci antifascisti, quando sembrava, alla nascita della Repubblica, che l’antifascismo fosse un valore repubblicano».

Siamo in un momento storico in cui è importante la memoria, è importante ricordare..

«Non è indispensabile ricordare quello che è successo durante la seconda guerra mondiale è indispensabile ricordare che viviamo in un presente direttamente collegato al passato, che è conseguenza di quel passato. Molto di ciò che viviamo oggi non è comprensibile se non ricordiamo. Tutelare la memoria significa non tutelare il ricordo delle vicende, ma tutelare quel tempo che ci precede e che dovrebbe essere alla base del mondo. Penso anche agli anni ’80 o ’70: serve poco ricordare la guerra per capire la difficoltà a dichiararsi antifascista».

Tornando al suo teatro: anche le modalità sceniche sono le stesso: semplicità e profondità di contenuti

«Mi stupisco del fatto che si trovi ancora il bisogno di andare in scena con tutta la ridondanza e gli orpelli di un teatro che ha avuto un senso nell’800 e che già con i grandi registi dell’800 sembrava scomparso. Sono decenni che i maestri del teatro ci dicono che il teatro è  1 attore e  1 spettatore e tutto quello che c’è attorno esiste in conseguenza di quell’incontro. Capisco la ricerca nella lirica, di trovare stereotipi ottocenteschi, così come è giusto andare a vedere la Venere del Botticelli agli Uffizi. Una cosa è il museo, un’altra gli esseri umani nel contemporaneo. La grandezza di un artista sta in quello che comunica e non nella capacità di spendere soldi».

La modalità dell’intervista, dell’inchiesta, delle testimonianze è stata la traccia dei suoi spettacoli, accanto all’osservazione del quotidiano e, soprattutto di una realtà invisibile o che non vogliamo vedere.

«Perché un po’ siamo distratti. Prima c’erano solo i giornalisti ora ci sono tanti che lavorano alla costruzione dell’informazione e noi diventiamo sempre più pigri. Sono tante le storie che vengono raccontate e non vale la pena uscire di casa per andare a vedere dal vivo. Quando racconti una bella storia è possibile che tu non sia interessato alla verità, ma alla fascinazione che produci. Si stava male dentro casa, ma si aveva tutto: ci raccontavano tutto e ci davano la possibilità di essere arrabbiati e indignarci senza muovere un dito. Siamo diventati distratti e pigri».

E la pandemia, potrebbe essere oggetto di un suo racconto?

«Ho già iniziato a scrivere di questo: la cosa che più mi ha colpito è stato il divieto di confrontarci con la morte. Le persone sono morte da sole: non sono state accompagnate dai parenti, dagli amici e non c’entra la fede, è una questione umana. Io non ne ho memoria, ma credo che raramente nella storia dell’uomo non si potessero accompagnare i morti. In radio clandestina lo racconto, i 335 morti delle Fosse Ardeatine sono stati ritirati fuori da montagne di terra e immondizia, riconosciuti e rimessi sotto terra ognuno col suo senso del sacro e la sua religione. Ognuno a suo modo ha visto quello che era rimasto del suo morto. Durante lo Tsunami i corpi sono stati congelati, dalle Foibe abbiamo tirato fuori le ossa. Qui, il massimo della pietà si deve agli infermieri che facevano dialogare i parenti e l’ultimo ricordo di un proprio caro è una foto mandata con whatsapp. Questo è imperdonabile».

Il 15 giugno ripartono i teatri: un segnale positivo?

«A mezzanotte e un minuto “entra il pubblico” è questa la cosa bella, al di là di quello che si va a vedere. Uscire di casa ed entrare nella casa del teatro. Ritornano a vivere gli spettatori, così come i tecnici, i macchinisti, le maschere, gli attori. Ed è importante anche rispetto alle dichiarazioni che abbiamo sentito: “torneranno in scena solo i monologhisti”. Non è vero, è del pubblico e di tutto il sistema che dobbiamo preoccuparci: il teatro è tutte queste cose messe insieme e le compagnie sono contente di affrontare il problema se le fai lavorare».

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