I Bastille sotto i fuochi allo Stadio Benelli

di MARIAROSA BASTIANELLI – Entusiasmante concerto dei Bastille quello che l’altra sera ha riinaugurato lo Stadio Benelli di Pesaro. Dato il pubblico esiguo, ma si parla comunque di circa duemila persone, forse la serata non era giusta, con la festa del porto ed altri eventi in programma nella nostra città.

La partecipazione non oceanica ci ha tuttavia permesso di ascoltare e goderci tranquillamente prima mezz’ora di musica di buona qualità del gruppo di Urbania Masstang e poi l’indi rock dei Bastille, questo straordinario gruppo inglese, i cui protagonisti sono nati quando i Police erano già all’apice del successo.

Gruppo musicale alternative rock britannico formatosi nel 2010 a Londra e composto da Dan Smith, Chris Wood, Kyle Simmons e Will Farquarson, I Bastille rivelano da subito le influenze sonore e letterarie della loro epoca.

Timido il frontman Dan Smith, che per discrezione non ha voluto lanciare il gruppo con il suo nome ma con il riferimento alla sua data di nascita, il 14 luglio della presa della Bastiglia. E’ sì che del frontman Smith avrebbe tutto, il fisico, con quel ciuffo di capelli folti e scuri, le lunghe gambe affusolate. E la voce, a nostro parere una delle più intense dell’attuale panorama musicale inglese, che a tratti ci riporta a Sting, a Crosby, Stills, Nash, a Simon & Garfunkel che, immaginiamo, Dan abbia avuto la possibilità di ascoltare in casa già da bambino. E sempre in casa, nel tepore della sua cameretta della eternamente piovosa Leeds, nel West Yorkshire, pare che Smiths abbia composto, di nascosto da tutti, le sue prime canzoni, salvo poi rivelarsi per un premio scolastico e inevitabilmente vincerlo.

La passione per la letteratura inglese, materia di laurea e per il cinema di David Lynch, traspare dalle parole delle sue canzoni, storie compiute, drammatiche e quotidiane sottolineate dalla suggestiva melodia.

La serata si apre con la stimolante scenografia: uno schermo gigante che proietta, già da prima del concerto le finte immagini di un dietro le quinte. Un muro che pare quello di una città post industriale con appoggiati due manichini che sembrano due persone che guardano giù, verso il pubblico. E poi strisce di finti sottotitoli in alfabeti astrusi e reali, e immagini elettroniche che ci fanno piombare in una realtà metropolitana che macina tutto, un Wild World. Parte così Send then off, che trascina dietro, oltre al pubblico, anche Laura Palmer a Warmth; e poi, in successione Snakes,  Flaws, Oblivion e Lethargy. Tutto per preparare una semiacustica Things We Lost in the Fire per la band che non ha chitarre a sottolineare le melodie. E’ nel finale che arriva Pompeii, il brano più sentito, quello che li ha consacrati al grande pubblico. E’ lì che Dan, senza il minimo timore, scende dal palco e, serenamente, canta in mezzo al pubblico del prato. Come fra degli amici.

E noi, al suo saluto, senza spinte, corriamo a vedere i fuochi d’artificio.

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