Cantiere aperto per Mon Jour

“Vivere ogni giorno come un proprio giorno” questo lo stimolo di partenza al centro di una residenza artistica che diventa spazio di crescita per gli artisti e il pubblico: così si presenta  Cantiere aperto per Mon jour!” di Silvia Gribaudi, nell’ambito di “Marche casa del teatro. Residenze d’artista”, progetto di AMAT con il Comune di Pesaro all’interno di Residenze Marche Spettacolo, in scena questa sera, alle 21, al Teatro Sperimentale. Il lavoro di Silvia Gribaudi è “come una ricorrenza da festeggiare per ciascuno/a di noi, riappropriandosi delle possibilità in essa racchiuse.” L’esperienza si ispira agli aneddoti e agli immaginari raccolti nel 2019, nella prima residenza del progetto a Prali, un paese di montagna di circa 239 abitanti nella Val Germanasca. In scena un attore/clown, 2 acrobati e 2 danzatori in uno show che mette al centro della scena il concetto della festa, dell’incontro e della comunità.

Un work in progress: a che punto siete del vostro lavoro?

«Questa è una prima residenza teatrale, un momento per ritrovarci e vedere proprio a che punto siamo con il lavoro. – spiega la Gribaudi – Abbiamo fatto diverse sessioni di lavoro in spazi diversi, in montagna, studiano il rapporto della danza e come può entrare in relazione con la vita di un paesino di montagna. A Prali abbiamo organizzato, l’anno scorso, una specie di festa all’aperto, dove i danzatori coinvolgevano anche le persone. Mon Jour indaga il significato di festa e dello stare in relazione».

Un concetto che le regole del covid hanno alterato?

«Si è trasformato in un lavoro che gli artisti stanno adattando ai tempi, come dei mutanti. Che siano in un paesino di montagna, o altrove, gli artisti si trasformano per offrire qualcosa al pubblico: l’emozione della loro presenza, il loro racconto».

Mon Jour è un dono al pubblico?

«Certo, “un dono”, uno spettacolo di danza ispirato sicuramente a quello che è anche un po’ il circo, personaggi continuamente dipendenti dal pubblico che desiderano incontrarlo, indagando quale sia il limite tra divertire e mantenere una relazione mentre si offre se stessi».

La sua è una ricerca di leggerezza, ironia e libertà tradotte in un linguaggio poetico che cerca l’empatia con il pubblico?

«Forse in questo lavoro ancora di più. Io non sarò in scena, almeno non al momento e non so ancora quale tipo di relazione stiamo cercando. Dopo questa emergenza forse abbiamo bisogno di più distanza e di una relazione più sensibile. Prima avevamo bisogno di esse scossi e questa situazione direi che ci ha scosso. Avrei voglia di lavorare in un coinvolgimento che mantiene la possibilità di un contatto anche non attraverso il solo contatto fisico».

Stiamo subendo una trasformazione?

«Ora mi piace primi delle domande, perché siamo tutti dentro una trasformazione non tanto sapere cosa vogliamo fare, ma stare in ascolto e provare. È forse una forma di empatia nuova, stare in ascolto del cambiamento. Sto scoprendo cose nuove, soprattutto nella forma di contatto: non so se per condizionamento, ma anche in scena il contatto fisico lo pratichiamo molto meno, anche come forma di rispetto nei confronti del pubblico.

Vedremo una parte dello studio: è molto importante per lei proseguire attraverso il contatto con il pubblico?

«Fondamentale. Porteremo in scena proprio un “cantiere aperto”, raccontando tutta la genesi del progetto, corredato di video. Insomma tutto il percorso del processo creativo e di dialogo, per coinvolgere il pubblico nella costruzione dello spettacolo che debutterà nel 2021».

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