a Fano Gang… Calibro 77

I Gang: una band Calibro 77, il 21 aprile, dalle ore 21, nello spazio autogestito del Grizzly di Fano (di fianco al campo di aviazione).
Sandro e Marino Severini cominciarono la loro avventura musicale molto presto, nelle Marche a Filottrano. Da subito, si contraddistinsero a livello nazionale come veri poeti rivoluzionari del rock, con testi di denuncia sociale e politica, ispirati dai grandi autori della musica italiana degli anni ‘70/’80, rappresentanti di quell’epoca in cui si mettevano i fiori dentro i cannoni. Appassionati musicisti sì, ma legati profondamente a dei valori che ancora oggi li rappresentano: dei veri combat-folk-rockers. Nel loro ultimo cd “Calibro 77”, i Gang raccontano la voglia di ri-cantare pezzi che hanno segnato la cultura degli anni ’70 e la loro storia, con la collaborazione e l’esperienza di Jono Manson, produttore e cantautore from Santa Fe’, New Mexico, e un suono di frontiera a renderle internazionali.

Più di 30 anni di Gang: Marino, come raccontarli tutti in sintesi? <Mi presento tutte le sere sul palco con una canzone, con la quale presento i documenti d’identità dei Gang. Pur attraversando tante strade c’è una canzone che racconta bene la nostra storia, lo spirito che deve passare, “Bandito senza tempo”: “Non sono io ma il vento che m’attraversa” dice uno di quei versi ed è un vento che viene da molto prima dei Gang e spero che vada anche oltre.>

Quali ricordi hai di tutti questi anni?

<Le facce: mi ricordo benissimo le facce i nomi no. Sono tante, centinaia di occhi, di abbracci, una intera comunità che ruota attorno alle canzoni dei Gang, che si ritrova, come ha sempre fatto l’umanità, attorno al fuoco dopo il tramonto.>

Dove il fuoco sono i Gang?

<Più che i Gang le canzoni! Le canzoni sopravvivranno ai Gang e sono molto più importanti. Non gli autori, ma le opere.>

Ma voi siete riusciti a raccontare molto in questi anni, è a voi che si deve questa memoria: <Il lavoro nostro è stato di riuscire a “rubare” le storie, trovarle dove si erano rintanate. Siamo come dei giardinieri che si prendono cura di questo grande giardino che ognuno di voi ha dentro.>

Un lavoro grandissimo: <Mi sento “grande” solo di età! Le nostre canzoni non sono “prodotti”, non sono delle merci, sono “beni” e l’aspirazione è di farli diventare “beni comuni”. Le canzoni servono per essere cantate, da tutti. Venendo da tradizioni contadine so bene che una cosa è bella se è utile: la bellezza va insieme all’utilità altrimenti non sarebbero belle canzoni, ma un “ciaffo” che prende polvere.>

Non è facile lavorare fuori dai circuiti?

<No, ma per lavorare bene, alla nostra maniera, abbiamo bisogno di libertà. Questo e solo questo ci consente di essere creativi, lontano da un metro di giudizio solo legato al profitto. Poi serve anche guadagnare, certo, per mangiare e sopravvivere, ma non va mai dimenticata l’autonomia. Raggiungere questo equilibrio ci permette di non andare a bussare mai alle porte dei “padroni della musica”.>

Vi aspettavate una risposta così calorosa per il crowfounding di “Sangue e Cenere”?

<Così tanto sì, ma c’è una vasta comunità che si fa carico della nostra sopravvivenza, visto che viviamo fuori dalla logica del profitto. Non mi aspettavo un risultato del genere perché pensavo che la nostra comunità non frequentasse internet. Per noi è importantissima questa comunità, perché non ci dà solo il denaro, fare concerti, comprare i dischi, ma ci dà soprattutto una dose enorme di fiducia e stima che ci permette di continuare a lavorare in maniera autonoma.>

Come nasce “Calibro 77”?

<Era un nostro desiderio quello di “ricantare” il proletariato giovanile degli anni ’70, nello specifico dal 74 al 78. Sono canzoni che suonavamo quando avevamo 20 anni, ma non hanno un carattere evocativo, vogliono solo essere un bell’affresco del movimento di quegli anni. Una sorta di danza della pioggia, ma non per farla tornare, anche se quello che potrebbe tornarne è un nuovo umanesimo. Le canzoni più di tante altre espressioni messe insieme, dimostrano quello che sostengo: tra Lolli e Gaber, tra Finardi e Manfredi non sembra ci fossero connessioni eppure tutti cantano la stessa storia. Per andare avanti bisogna anche andare un po’ indietro, per trovare la strada per venire fuori dall’attuale pantano.>

 

da Corriere Adriatico, inserto Sonar del 21 aprile 2017

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