Gianni D’Elia e l’Aria del Dopostoria

Aria del Dopostoria

Tutto è malato intorno e senza fretta
Si torna umani sulla via deserta
E senti il passo rado della festa
Sopra il pavé pavone a ruota aperta

Nel Dopostoria d’immensa scarogna
Come un corvaccio nero sulla fogna
Ma come una conchiglia è sola e vuota
La città zitta in cui ronza la ruota

Come il fiatone di un sub la risacca
Ritorna regolare oltre la duna
Ma a un tratto tutto pare eterno taccia
Nel sole immoto e gravido di bruma.

Torna la libertà d’essere ignoti
Lontani da ogni scena e gerarchia
La vecchia libertà dei primi fuochi
La via sbarrata e la brada poesia

Se come il paradiso sull’inferno
Continua a frusciare indifferente
D’onde imbiancata e azzurata d’inverno
La riva suadente a cui tutto s’arrende

Come la voce dei morti strozzata
Nella risacca che alla rada sfiata
Fantascientifico globo virale
Che togli il fiato e ci fai segregare

Oggi soltanto il virus ha la corona
E nel passaggio da una specie all’altra
La storiaccia ritrova la sua buona
Ragione per distruggere ogni erranza

Se in poche notti ci hanno tolto tutto
E dittatura della cura è il frutto

(21 Marzo 2020)

Il poeta pesarese Gianni D’Elia affronta la reclusione forzata, dell’emergenza coronavirus, con delle riflessioni che si stanno trasformando in un poema, di cui pubblichiamo l’inizio. Poeta dell’impegno civile, oggi più che mai, si ritrova a scrivere del sentimento di precarietà storica di una generazione intera, con dei versi che restituiscono l’osservazione di questa realtà in tutta la sua criticità.
Nato e vissuto a Pesaro, come a molti suoi concittadini manca il mare: «Sarà la prima volta che per il mio compleanno (il 7 aprile ndr) non vedrò il mare. Come poeta sono abituato ad una vita solitaria, ma il mare mi manca molto, così come il rapporto con le cose che osservo mentre cammino, visto che io non mi curo del regno digitale. I pensieri migliori nascono nella meditazione e solitudine. È una grande lezione per tutti questa quarantena: abituarsi alla solitudine, all’autocoscienza. Uscire dalla frenesia».

La scelta del titolo, l’aria del Dopostoria, non è casuale: «È un’aria malata, come dicono i versi della poesia, tutto è malato intorno. Il concetto di Dopostoria l’ho ripreso da Pasolini. C’è la storia e il dopostoria: siamo dentro la storia anche se questa storia ci sembra venga dopo un’altra storia. Io non vorrei tanto parlare dell’azione, la cura, la malattia, gli ospedali, ma dell’analisi. Agli intellettuali apparterrebbe l’analisi, l’azione si lega al consenso che oggi è concesso dalla pubblica sicurezza e dall’emergenza, ed è qualcosa che a me un po’ spaventa, mentre l’analisi si lega al dissenso o alla critica sociale e singolare, come in questo caso faccio io. Siamo di fronte ad una “mutazione antropologica”, citando Pasolini, l’omologazione nel segno del consumo».
L’analisi di D’Elia trova in 3 autori la riflessione e in Leopardi la cura: «Da una parte l’analisi e dall’altra la proposta di poesia come coscienza integrale dell’umanità. Occorre riflettere con un piccolo
allarme sul dopo: difendiamo le nostre libertà». Non possiamo fare a meno della poesia, e D’Elia suggerisce alcuni consigli di lettura «Se la storia prima del virus era quella del possedere e del distruggere, oggi ce la presentano come quella del separare e del curare, ma non possiamo dimenticare la causa storica di questo guaio. L’avevano indicata già i giovani ragazzi scesi in piazza: da una parte quelli che tengono alla natura e dall’altra quelli che tengono alla cultura. Due piazze, oggi, spazzate via dall’emergenza. È un disastro non solo climatico, ma umano: povertà, miseria, fame, desertificazione, grandi immigrazioni. In questa analisi chi ci può aiutare? Bisogna leggere e studiare e, in questo periodo, mi sono andato a rivedere Pasolini, Lettere luterane e Scritti Corsari, insieme a Foucault, La nave dei folli e Sorvegliare e punire. Entrambi, anche se in tempi diversi, teorizzavano sul concetto di “biopolitica”, ovvero la mutazione dei corpi non dell’animo, fondata sul desiderio, il concetto tanto amato dal capitalismo.

La biopolitica trionfa nel male, nella patologia, non più luogo del desiderio e del consumo, ma del dolore e della morte. Quando cade il desiderio arriva la paura e il dominio sulla paura che consiste nel sorvegliare e punire, dopo aver desiderato e posseduto.
A questo punto arriva il terzo interlocutore che giunge prima di Pasolini e Foucault in ordine cronologico: «Se il peccato è la logica del consumo e del desiderio che determina una coscienza consumistica, servitù delle mode, ha anche una forma che ha agito come “menzogna organizzata” dai mass media. Esiste anche la libera stampa certo, ma le fake news cosa sono per Dante, nel concetto di corrispondenza tra inferno antico e inferno moderno? Nel XXX canto (versi 97-99), Dante parla dei falsatori, di metalli, di monete, di persone e di parole. E di cosa soffrono i falsatori di parole, quelli che oggi noi chiameremmo i propulsori delle notizie? La punizione per aver detto tante menzogne è la pandemia: nel cerchio ottavo,  decimo girone, soffrono di una febbre “aguta” che li strema e non passa mai. Questo mi ha sorpreso!».

Quale la “cura” quindi? «Leggere Leopardi, La ginestra. Sono anni che scrivo di questa poesia: lui ci parla proprio della “social catena che ci unisce”. Leggetevi il terzo movimento, dai versi 87 a 157: c’è la proposta di una confederazione umana che dovrebbe lottare contro il destino biologico. Leopardi non crede nella bontà umana, ma nella coscienza: questa fragilità e subalternità è il contrario della volontà di potenza, della sovranità e della violenza. Siamo dentro la necessità e non dentro la volontà di potenza. Porgere aiuto e aspettare aiuto: l’amor proprio su cui si fonda la fuga dall’orrore, il riconoscimento dell’amore dell’altro. Questa è la cura culturale e politica: riconoscere il dialogo e non solo il controllo, difendere i valori costituzionali dentro l’emergenza, così come i valori poetici. La lezione è dunque questa: dialogo e reciprocità che dobbiamo ripristinare presto. Sogno di rivederci in piazza, per leggere insieme La Ginestra: lì sta il messaggio della poesia moderna del più grande poeta dopo Dante, del cui pensiero abbiamo bisogno».

Dal giorno in cui ha iniziato a ascrivere questo poema, D’Elia ha aggiunto altri versi, compresi questi che dovrebbero chiudere l’opera:

E come dopo un lungo banchettare
Siamo all’ammazzacaffè del Capitale
Se siamo noi il virus della Storia
E Natura punisce nostra boria?

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One thought on “Gianni D’Elia e l’Aria del Dopostoria

  1. Lo stile poetico di D’ELIA mi affascina. Lo seguo da tempo. Rimpiango di non aver studiato letteratura nella giovinezza e di aver imparato ad amare la scrittura leggendo con fatica testi sacri e profani. La suddetta poesia sull’isolamento causato dalla pandemia mi ha toccato il cuore e mi ha spinto a scriverne questa che vi allego.
    AL TEMPO DEL CORONAVIRUS

    S’aggroviglia la rete da caccia
    Sugli uccelli catturati dal flagello
    Nessuna dimora è sicura (1)
    Per chi cerca nel Bastione il rifugio
    Quell’Ombra non copre o protegge
    La vitale Primavera svanisce

    Cade la maschera ai Leaders ipocriti
    Nell’Indossar il protettivo bavaglio
    Non c’è scudo, né muro che ripara.
    È un castello di carte che crolla
    Un allarme confuso essi danno
    L’umano spavento attanaglia

    Quel germe che vola di giorno,
    Che cresce e ci toglie il respiro
    Quel virus che si nutre di vita
    Che ora vieta la libera uscita,
    All’esercito inerme e impotente,
    Al quale cambia il cuore e la mente.

    Nel tuo domicilio rimani recluso,
    Isolato da amici e parenti
    Da un luminoso futuro deluso
    Disinfetti gli oggetti e gli ambienti
    Mentre ricerchi l’alimento vitale
    E combatti depresso col male.

    La guardia Medica eroica e stanca
    Fra quei mille che cadono a destra
    E a terra altri mille sono a manca
    Mentre speri che la peste ti schivi,
    Or ragioni e i valori comprendi
    Non amati fino a questi momenti.

    Il denaro, il successo e la gloria
    Il politico che cerca il potere
    E il vantarsi di tutto il sapere,
    Sono nulla in paragone alla vita
    E al compagno, che se pur turbolento,
    Può dar gioia al tuo isolamento.

    Quel bacio che rivela il suo amore,
    L’abbraccio d’un amico sincero,
    La pacca alla spalla che t’incoraggia,
    Quel rumore di vita nel borgo,
    Il bimbo che ride, il vecchio che arranca,
    Or tutto quello che odiavi ti manca.

    L’atea fede malata, guarisce.
    Labbra mute ad un Dio ora parlano,
    implorando con timor la salvezza,
    Al Cielo rivolgono lo sguardo stupito
    Con riti cristiani o pagani
    Sperando che lassù sia udito

    Con promesse si giura ubbidienza
    A colui che la vita ha creato,
    conosciuto fino a ieri da lontano.
    Non si sa se per fede o timore,
    Or si implora la sua grazia infinita
    Affinché ci conceda altra vita.

    Ma l’Iddio che l’universo comanda
    Annunciò con anticipo il dramma
    Della fine del dominio umano
    Violento immorale e pagano
    Menzionando nelle sue profezie
    Terremoti, Guerre, Fame, Epidemie!

    Nel suo amore, non vuol spaventare,
    Ma incoraggiar conoscenza e fede
    Nel Messia che per amor si è immolato
    Per cancellare la morte e il peccato.
    E al vedere il mondo in tempesta, (2)
    Gesù dice “È tempo d’alzare la testa”

    Perché quel Regno, da tempo invocato
    Da lì a breve sarebbe arrivato.
    Altre scene i tuoi occhi vedranno:
    Per la gioia dei vivi, i morti vivranno (3)
    Quando il Re toglierà dalla terra (4)
    La morte, il dolore, l’epidemia e la guerra.

    Vitaliano Vagnini (Pesaro, 25 marzo 2020)

    1 Salmo 91:1-16,
    2 Luca 21:7; 10-11; 28
    3 Giovanni 5:28-29
    4 Apocalisse 21:3-4)

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