Homing: Marta Bevilacqua ad Hangartfest

Ritorna ad HangartFest, per la terza tappa del progetto di co-produzione, Choreographic Novel, la coreografa Marta Bevilacqua che proporrà, da venerdì 2 a domenica 4 ottobre, la prima assoluta di “Homing”, al Teatro Maddalena di Pesaro (h21), spettacolo che chiude anche questa XVII edizione del Festival.

Dopo “Concetti Sfumati ai Bordi” (2018) con  la  Bevilacqua e Valentina Saggin che danzavano in una stanza borghese ordinata e monocromatica, e l’ambiente lunare e spoglio de “Il Rovescio” (2019), un ensemble per danzatori in cui Marta era solo coreografa, “Homing” chiude la trilogia in giardino naif, morbido e luminosissimo, in cui Marta è protagonista di un assolo dove gli animali diventano un pretesto per parlare di spostamenti, di punti di vista e metamorfosi, di natura come luogo da abitare profondamente.

Un anno particolare, dove il lockdown ci ha costretto a vivere le mura domestiche con un diverso approccio, questo ha anche fare con Homing?

«In realtà il progetto, il titolo, idea di questo “solo” nasce prima dei tempi duri del lockdown. Poi mi sono ritrovata con questo tema sulle case tra le mani, sentendo anche la necessità di interrogarmi sul potenziale di questo tema. “Homing” in zoologia è il percorso che diverse specie animali fanno per trovare le proprie case e come comunicano, tra loro, i percorsi per arrivare alla meta. Sono dei viaggi molto complessi e avventurosi, incredibili. Siamo abituati a pensare che gli animali non si parlino tra loro: questo per me, al di là dello spunto scientifico, è l’opportunità di capire quali sono le mie case, quali riesco a tradurre in movimento».

Qual è la casa di un danzatore?

«Sono tante e diverse: le diverse qualità di movimento che ci sono proprie. Spesso un autore inizia il suo percorso masticando il linguaggio di qualcun altro e poi, strada facendo, se è fortunato, ne inventa qualcuno o ne trova uno personale, anche perché non può essere altrimenti visto che ogni corpo è diverso. Gli animali poi sono un modo per studiare la qualità dei movimenti che ci appartengono, che noi in qualche modo rielaboriamo. È come se fossi tornata all’infanzia, nell’imitazione degli animali».

Si parla anche di radici, quali le radici di un artista?

«L’immagine che mi viene in mente è qualcosa di molto oscuro e anche molto spaventoso: abbiamo una visione delle radici un po’ edulcorata, ma per me sono molto intricate tra loro, stanno al buio. In questo lavoro affronto molte cose che mi appartengono, come la filosofia: c’è anche un testo che proverò a portare in scena. Ma le mie radici sono anche la modern dance: non ho formazione classica e anzi, il classico mi ha sempre rifiutato. Così sono andata proprio a pescare le mie radici nelle montagne, ma anche in qualcosa di profondo che ancora non riesco ad afferrare, come alcuni aspetti dell’infanzia. È complicato per me, è qualcosa di buio e oscuro».

Un bellissimo percorso quello con HangartFest, che ha dato continuità e un approdo sicuro al suo lavoro di ricerca?

«È una delle mie case Hangartfest e non a caso l’origine di questo lavoro è anche raccontare questa nuova casa del mio percorso, Hangartfest e tutte le straordinarie collaborazioni messe in atto: dal gruppo dei marziani alla sinergia con Silvia Poletti e Antonio Cioffi, il direttore artistico. Lo spettacolo è anche una dedica a questa trilogia che si chiude con molta luce e con molta morbidezza: un lavoro morbido e luminoso».

Informazioni su www.hangartfest.it o chiamando il 392 3841677.

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