Il teatro in bottiglia del Collettivo Ønar

C’è tempo fino al 10 febbraio per aderire alla prima fase del curioso progetto creativo di Collettivo Ønar, Davide Nota e Alice Piergiacomi, entrato a far parte delle proposte di “Marche Palcoscenico Aperto”. L’evento digitale dal titolo “PPSS_Mosaico_020”, prevede un percorso per corrispondenza: da febbraio a maggio, una serie di lettere in bottiglia saranno inviate via e-mail ai partecipanti che avranno compilato il modulo di iscrizione raggiungibile dal sito del progetto (www.lilithmosaico.org/mosaico020) nonché dai profili Facebook e Instagram degli autori. Per il regista Giacomo Lilliù, si tratta di un invito a trasfigurare l’oggi in una mitologia contemporanea.

Come è nata l’idea di questo progetto?

«Tutto è partito dalla collaborazione che abbiamo avviato con Davide Nota e il suo romanzo Lilith: una sorta di cantiere intorno al suo romanzo che coglie la scrittura contemporanea nella sua grande frammentarietà. I suoi 99 frammenti creano infatti un affresco che affronta vari temi, tra cui l’utilizzo della tecnologia. Un modo per confrontarsi con la tecnologia dell’informazione e cosa significa, ma anche un modo per sfuggire al gioco delle parti, in una avventura nella dimensione del visivo e del visibile dove si è atrofizzato il senso di entrare nelle cose, l’esperienza tattile».

Il “gioco” con gli spettatori è interattivo, diventano parte del progetto?

«L’esperienza quotidiana deve diventare non solo occasione per riflettere sui media: ci interessa creare un cortocircuito e quindi, al di là dell’evento conclusivo di maggio, abbiamo deciso di utilizzare il medium elettronico in modo inattuale. Lettere in bottiglia, semplicissime email, con cui cercheremo di attivare gli interessati con delle semplici missioni che ognuno compirà per proprio conto. Un pellegrinaggio a distanza in cui ognuno dei riceventi è distante dall’altro, ma unito dalla sincronicità delle missioni assegnate. Non bisogna rispondere, ma agire».

Finzione e realtà: un ulteriore rottura della quarta parete in una percezione quasi intima e più profonda?

«Sì. Uno dei meriti del libro è proprio quello di aver trovato il modo di scrivere di questi tempi: è difficile codificarlo in genere di narrativa preciso, difficile categorizzarlo come esperienza definita. Non vogliamo essere new age, ma credo che gli eventi attuali siano profondamente impattanti per mettersi allo specchio, per confrontarsi con il proprio stare con se stessi a rinegoziare la propria dialettica. Non smettere tutte le maschere, ma prendersi la responsabilità di indossare la propria maschera come identità da forgiare, attraversare e da domare e da cui non lasciarsi travolgere. Questo ci permette di fare discorso a cavallo tra finzione e reale».

La tecnologia è ormai entrata prepotentemente nelle nostre vite, un’opportunità o forse ormai una necessità?

«La tecnologia non è più un concetto misterioso e pionieristico, ma se diventa l’ennesimo schermo, barriera o corazza per distanziarci dal metterci in crisi, allora la tecnologia diventa costrizione e va infranta. Non consideriamo questo progetto uno spettacolo online, non si può fare teatro se non in presenza. Questo nuovo contesto è un modo per fruire in solitudine, ma in costellazioni di solitudine: è questa la cosa molto profonda e interessante, forse anche spaventosa. Vorremmo pensare ad una solitudine che non sia dannosa, ma fertile».

Print Friendly, PDF & Email

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *