Il verso segreto di Dante nella lectio di Gianni D’Elia

Momento clou del Dantedì pesarese del 25 marzo, ore 17, è l’imperdibile lectio su Dante del grande poeta pesarese Gianni D’Elia dal titolo “Cosa che disvia per maraviglia”- la Matelda terrestre, Dante e la poesia come apparizione della ‘cosa-vita’”, che inaugura la rassegna ‘A ragionar di Dante’.
D’Elia partirà dalla mirabile terzina su cui non si finirà mai di meditare, che racchiude il verso segreto, contenuto nel Purgatorio, canto XXVIII, vv.37-39. Ma sarà anche l’occasione per D’Elia, di parlare  dell’esilio dei poeti e del contrappasso contemporaneo che ci fa vivere l’attuale pandemia che ritroviamo nel XXX canto dell’Inferno.
La poesia come apparizione?
«La poesia in se stessa è nella Commedia una pura apparizione, personificata da Matelda, la donna soletta che cammina e canta e raccoglie fiori al di là del fiume Letè, nel Paradiso Terrestre. Appare all’improvviso, come sempre fa la poesia, come ogni cosa che distoglie dai propri pensieri e ci concentra sulla cosa stessa apparsa grazie alla meraviglia e al nostro stupore, ma anche al nostro spavento, come nella poesia infernale da Dante fino a Baudelaire e Pasolini. La cosa è la creatura. “Cosa che disvia per maraviglia” è l’endecasillabo esoterico e chiarissimo, che indica l’eresia delle cose da ritrovare dentro l’impero delle immagini riprodotte e smerciate e consumate da tutti, nel grande delirio contemporaneo».
Cosa rappresenta oggi Dante?
«Mi legherei proprio al nome di Dante, dove c’è tutto: Dante si chiamava Durante. Dante è un participio presente, colui che dona e rappresenta un grande dono già nel suo nome, la contrazione delle 3 sillabe di Durante che rappresenta l’avverbio del presente: mentre le cose accadono, mentre la vita scorre, noi viviamo “durante”. Nel nome lungo, c’è l’avverbio del presente e anche per questo è attuale, perché ha scavato così tanto dentro l’essere che questo essere permane: quello che siamo, da dove veniamo, dove andiamo, quello che vogliamo. Dante è colui che dona e credo che oggi dia tanto agli studenti, alle persone colte, a tutti quelli che vogliano mettersi sulla strada di un cammino di verità».
E verso i giovani?
«Visto che i giovani sono molto sensibili al ritmo e alla musica e amano il rap, idea della canzone parlata e in rima, in Dante trovano un rap ad altissimi livelli. La grandiosità di un ritmo che si ripete ogni 3 versi della terzina, in cui il primo e il terzo rimano sempre. Più che una lettura continua e scolastica, suggerirei una lettura da oracolo, come io faccio ormai da 40 anni, fermandosi su una terzina, a caso, per riflettere. Anche una sola terzina ti dà delle sorprese. Pensate alla pandemia: nel XXX canto dell’Inferno Dante parla della “febbre aguta” che punisce i “falsatori di parole”. Oggi fa pensare che nel mondo dei media e della menzogna, la pandemia è un’allegoria potente della punizione del mondo, dell’errore che abbiamo compiuto nello spostare tutta la nostra vita dalla realtà alla virtualità e ne siamo stati puniti. Oggi ne siamo costretti e forse solo ora ci accorgiamo cosa è vivere solo nel virtuale e lo patiamo come un contrappasso. Avere spostato le nostre vite nel virtuale ci costringe a riconoscere come sia cosa manchevole, povera piccola, la nostra vita, divenuta l’ombra della vita».
Anche questa lectio sarà virtuale…
«E questa cosa mi spiace molto: parlare in assenza non è cultura, è l’ombra della cultura. Perché l’uditorio ti dà l’orecchio, l’orecchio vivo, e l’occhio. Mi dispiace molto essere costretti a non guardarci negli occhi per ascoltare e parlare di Dante che non dobbiamo dimenticare che è morto in esilio. Anche di questo parlerò, perché i poeti in vita sono stati trattati malissimo. Da Dante esiliato a Campanella messo trent’anni in galera al Sant’Uffizio, da Giordano Bruno bruciato, per arrivare al ‘900 con Campana messo in manicomio e Pasolini massacrato. Dall’esilio dantesco al massacro di Pasolini, dobbiamo pensare che la nostra, più che una commemorazione o celebrazione, è una espiazione. Il discorso che l’Italia fa su Dante è una parte di espiazione per aver fatto morire questo grande poeta in esilio. Così come condannati all’esilio, alla prigione o alla povertà, sono stati tanti poeti, penso a Sandro Penna, morto in miseria a Roma nel 1977. La poesia non è mai stata trattata bene, in vita. Poi, in morte, tutti la celebrano e questa è l’altra cosa che mi innervosisce parecchio: che la poesia, quando è viva non viene ascoltata. Mentre, quando i poeti sono morti diventano “carne da accademia”».

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