In girum…per Teatri

La fitta programmazione di spettacoli di queste ultime settimane ci ha travolto come non mai. Da Edipus alla danza di Roberto Castello, dal ricordo di Ivan Graziani, alle note di Piovani, passando per la modernità un po’ asettica di Dente. Spettacoli di grande spessore che si sono susseguiti con alcune punte emotive di grande intensità.

EDIPUS ALLEGRIA partire dall’Edipus di Allegri al comunale di Cagli, uno dei più profondi atti d’amore nei confronti del teatro da parte di Testori, con la regia di Leo Muscato.
Uno straordinario Allegri che ha fatto sua tutta la tragicità e la violenza del testo, che scaglia un feroce attacco, anche sessualmente provocatorio, al perbenismo di una Società indifferente ed avida. Un clown senza tempo, testimone di un teatro che respira e vibra dentro e fuori dal palcoscenico, un ribelle disperato, perdente fin dall’inizio, ma che non rinuncia alla sua ribellione. “Fare Edipus oggi è tenere desto un dibattito rispetto a quanto mai risolto e nemmeno affrontato dal ’77 ad oggi”, ci aveva confidato Allegri: ed è questo il punto cardine di uno spettacolo che evoca la memoria, in un mondo che tende a dimenticare ciò che è successo appena due giorni fa, che tradisce la realtà, costruendosene una falsata tra offuscati ricordi e tradimento delle ideologie. L’Edipus di Allegri incarna la forza e la determinazione di quell’attore ormai vecchio e stanco che rimane in scena, disposto ad interpretare tutti i ruoli pur di mantenere la sua dignità di portavoce della solitudine di uno Scarrozzante, la solitudine del teatro come linguaggio, come ruolo, che, con grande sforzo, resiste.

Il ritmo, l’ossessione di In girum imus nocte et consumimur igni, rappresenta un vero capolavoro in danza di Roberto Castello. “Un lavoro sul desiderio, che parla di allegoria della dinamica del desiderio” ci aveva ALDESsottolineato Castello: un’emozione pura, dove ogni spettatore si è potuto specchiare per ricevere una personalissima suggestione. Chi ci ha letto la vita quotidiana, chi la vita intera, chi una storia d’amore e di relazioni. 67 scene, alternate da una perentoria voce fuori campo che chiama “Dark” e/o “Light” in un’alternanza di buio e luce proprio come nella vita, nell’andamento di un umore che costantemente ci viene oscurato o illuminato da ciò che affrontiamo o non abbiamo interesse ad affrontare. Quadri a sé stanti, ma all’interno di un insieme, senza un codice, ma con regole severe, come vignette di un fumetto. Che ognuno di noi sia rimasto ipnotizzato dalle immagini, dalle suggestioni artistiche che a volte richiamano “Quad” di Beckett, la sua stessa angoscia di uno spazio chiuso ma mobile ed evocativo.

Ricordare il percorso artistico di Ivan Graziani, attraverso la voce di suo figlio Filippo, incredibilmente uguale SCANZI GRAZIANI FUOCHI SULLA COLLINAin molti momenti, e le connessioni con la Storia di Andrea Scanzi è stato un altro viaggio nella memoria al Sanzio di Urbino, città che inoltre conosceva e amava assai il noto cantautore. Il lavoro di Scanzi, attraverso Gaber e De Andrè ed ora Graziani, è encomiabile, per dovizia di particolari e, appunto, connessioni che ci permettono di comprendere quanto questi personaggi abbiano davvero lasciato un segno profondo nella storia della musica. Tanti “passaggi” che ci potevano sembrare “normali”, visti con gli occhi di oggi non lo sono affatto. Quali affinità avessero le emozioni di Ivan con Gaber, Guccini e De Gregori e come l’indipendenza di Graziani lo avesse sempre fatto vivere ai margini, anticipando spesso le svolte epocali del cantautorato italiano. Il figlio Filippo, pur con un personalissimo modo di interpretare le canzoni del padre, riesce a toccare il cuore con momenti di assoluta astrazione grazie ad una voce che evoca Ivan come se fosse lì, presente e partecipe di questo omaggio non solo sentimentale, ma anche politico, in un riscatto potente della genialità di un autore spesso incompreso.

Tra l’omaggio a Graziani e lo splendido concerto di Piovani, abbiamo “inciampato” nel concerto di Dente, giovane cantautore amatissimo dai giovani e forse uno dei pochi con 10 anni di carriera, in un mondo ove la mania dei TalentShow seduce il suo pubblico con meteore. Dente ha, negli anni, conquistato un pubblico sempre più numeroso e affezionato riuscendo a imporre il suo personalissimo linguaggio pop dai tratti essenziali e ricercati. E’ lui stesso, quando lo abbiamo intervistato, a ricordarci che non dobbiamo rimanere sempre legati al passato: DENTEconcetto giustissimo, ma dai labili confini se non riusciamo ad essere coinvolti dal “nuovo” che ascoltiamo.
Ci chiediamo allora se il problema è nostro nella difficile accettazione di una musica “carina” ma che non riesce a trasmettere particolari emozioni. Forse il fatto di essere in un teatro non rende l’approccio pop più facile. Il tutto ci è sembrato un po’ asettico, tecnicamente perfetto, ma un po’ troppo lontano dalla nostra anima rock.

 

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