lo Stabat Mater di Rossini

E’ l’anno di Rossini e l’Orchestra Sinfonica G. Rossini, nell’ambito di Sinfonica 3.0, propone al al Teatro Rossini di Pesaro, venerdì 23 marzo, lo Stabat Mater del Cigno. In programma anche un omaggio all’altro grande compositore cittadino, Riz Ortolani, con l’esecuzione de l’Olocausto, Alla direzione dell’Orchestra Rossini, il giovane e talentuoso Maestro Nicola Valentini. Sul palco anche 4 importanti solisti come Elisa Balbo (soprano), Paola Gardina (mezzosoprano), Giordano Lucà (tenore) e Pablo Ruiz (basso / baritono) e ben 2 cori, il Coro San Carlo di Pesaro ed il Ludus Vocalis di Ravenna.

 

Un ritorno di collaborazione con l’Osr dopo il concerto di capodanno del 2016, come vi siete incontrati?

<Un incontro fantastico direi, fin dall’inizio ho trovato un’orchestra estremamente disponibile, di ottima qualità e di grande preparazione. C’è sempre stato un bellissimo clima e un ambiente molto fertile per lavorare e raggiungere un ottimo risultato e che dia il giusto valore all’opera di Rossini.>

Quali le emozioni per questo Stabat Mater?

<In primo luogo quella di eseguirlo nella sua città, soprattutto per il rispetto che nutro per questo straordinario maestro. Ero allievo di Federico Agostinelli, allievo di Zedda, e per me è un autore particolarmente caro. Come Rossini non voleva scriverlo nel rispetto di quello di Pergolesi che definiva inarrivabile, mi accingo quindi con grande rispetto alla sua esecuzione.>

Che sarà particolare…

<Sì, perché utilizzo la partitura della prima esecuzione del 1842 a Parigi, dove ci sono delle scelte che normalmente non vengono fatte: una su tutte l’esecuzione dell’ultimo numero non affidata solo a coro e orchestra, ma anche ai 4 solisti, come Rossini aveva scritto. Per me è come finire la preghiera tutti insieme e non so perché nessuno, poi, lo abbia più fatto.>

Ci sarà anche un omaggio al M Ortolani?

<Non conoscevo questo brano e mi ha colpito tantissimo la sua incredibile proprietà di scrittura: una musica bella anche solo da vedere, costruita in modo eccezionale sia a livello sonoro timbrico che a livello contrappuntistico del movimento delle parti. Non avendo 100 elementi a disposizione, ne ho curato io stesso una riduzione.>

Che cosa significa essere direttore d’orchestra oggi?

<Vorrei prima di tutto sottolineare che c’è purtroppo ancora l’idea che il talento conti l’80% del successo: in realtà conta il 20%, perché il resto lo fa lo studio quotidiano. Ho passato la mia gioventù a studiare facendo molti sacrifici, ma non intesi in modo negativo, perché se dai importanza ad una cosa lo fai fino in fondo. Certo il talento e la predisposizione aiutano, ma  sono un punto di partenza. Come diceva Bach “tutti possono scrivere quello che ho scritto io, a patto che studino come ho fatto io”…>

Come è nata la sua passione per la musica?

<Figlio di musicisti, seguivo mio padre fin da bambino: lui direttore d’orchestra e io piegavo leggii, sistemavo le sedie, ecc. Mi sono appassionato e ho iniziato a studiare: la mia fortuna è stata incontrare Ottavio Dantone a 11 anni: seguirlo e ascoltarlo è stata una grande scuola e lui mi ha dato sempre più spazio, fino a farmi diventare suo assistente. Ma non si smette mai di studiare perché la musica non la si possiede mai: è sempre un continuo approfondimento.>

Violoncellista o direttore: come si divide tra i due ruoli?

<Sono partito volendo fare il direttore, ma devo dire che il violoncello mi affascina molto perché è lo strumento che costruisce dal basso la musica e mi ha insegnato a partire da lì. Ho anche scoperto che è uno strumento che porta alla direzione: le mani e le braccia e la scorrevolezza con cui si gira l’arco, aiuta una gestualità morbida. Non è un caso che Toscanini fosse un violoncellista.>

Info: Teatro Rossini 0721 387621

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