Marchesi e le sue 7 vocazioni

di ANTONELLA FERRARO – “Scrivo dalla mattina alla sera, ma non ho archivio. Mi illudo che i testi che non riesco a trovare siano piuttosto belli. Se li avessi sottomano, forse sarei deluso, anche perché mi piace solo quello che farò: Riepilogando: ho quarantotto anni, ottanta chili, cento delusioni, mille desideri”.

Marcello Marchesi e le sue sette vocazioni. Sette, come le sette zie che lo allevarono, figlio illegittimo dell’avvocato di famiglia, e che ricorrono matronali nel suo più importante romanzo, “Il Malloppo”. Sette, come i re di Roma, città che lo vide evolversi  ed affermarsi professionalmente genio, umanamente chiassoso, ilare  e dotato di un’intelligenza vulcanica sino alla consunzione, all’autocombustione.
Il  sontuoso volume che la Bompiani ha pubblicato di recente, “Agenda Marchesi” appunto, cinquecento e più pagine piene di arte e storia, sembra essere soltanto l’inizio: Mariarosa Bastianelli, coautrice  dell’opera assieme a Michele Sancisi, lo ha presentato a Pesaro, sua città natale, presso i Musei Civici per la rassegna DCE CreAttività del Distretto Culturale Evoluto della Provincia. Lella Mazzoli, docente di Scienze della Comunicazione all’Università di Urbino ha coordinato l’evento dipingendo un affresco epocale e Massimo Pagnoni, attore teatrale,  per molti anni collega della Bastianelli, ha proposto letture esilaranti di alcuni brani del libro, ricco di contributi eccelsi da parte di attori, registi, scrittori e giornalisti che conobbero Marchesi e con lui collaborarono assecondando il suo estro ardito e fecondo.
Sette vocazioni, dicevamo : il giornalismo, la radio, il teatro, il cinema, la nascente televisione, la lingua,  la pubblicità. Calzante la definizione di Sancisi, che in uno dei saggi contenuti nell’opera, parla di un uomo “malato di parole”.
“La pubblicità era allora una magia – ha detto Mariarosa Bastianelli – gli slogan e le battute dovevano avere un’efficacia immediata sul pubblico e Marchesi, secondo una definizione di Paolo Villaggio, era assolutamente “quick”, deteneva la capacità di far detonare la risata riservata a pochi”.
Aveva inventato  il “piazzato”, grande faro puntato  in scena sull’attore monologante, utilizzato a profusione da Macario, ed edificato le fondamenta del teatro di rivista italiano. L’autrice ha rimarcato l’estrema cura dei particolari che caratterizzava i copioni dell’epoca, l’antespettacolo costellato da prove capillari ed infinite, rievocando  particolari comici come il divieto di usare in Rai la parola “lassativo”, da cui il noto assunto “Falqui, basta la parola”. Esilarante la testimonianza, contenuta nel Panta, di Enrico Vaime, a cui Pagnoni ha prestato voce rievocando gli uscieri catatonici che all’ingresso degli studi televisivi  accoglievano con  la stessa, modulistica indifferenza Fellini, Antonioni , Segovia o la donna delle pulizie.
Leggere Agenda Marchesi è  bordeggiare su una Fiat primo novecento le provinciali della storia, sostando accanto alle pietre miliari. E’ una sorpresa, una terapeutica sbornia di divertimento e commozione ed autoconsapevolezza. La definizione che a Marchesi piaceva di più non è nel numero sette: amava  chiamarsi poeta. E tutta la sua vita è stata una ricerca. Ricerca che appartiene a tutti noi: come tradurre in poesia la propria anima. Il grande “sloganaro”, forse, c’è riuscito. A Metz, suo alter ego, scrisse questa:

Vieni a trovarmi, se puoi
fra un taxi e una telefonata
un contratto e un’arrabbiatura
tra un giornale e una preghiera
tra un film e un aperitivo
vieni a trovarmi finchè son vivo
una mattina, una sera
scambiamoci un sacco d’idee sbagliate
invecchiamo un’ora insieme.

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