Matthias Martelli…figlio del vento

“Raffaello. Il figlio del vento” è un racconto avvincente e poetico su un grande genio dell’umanità: lo spettacolo di Matthias Martelli, è in scena al Sanzio di Urbino da venerdì 16 a domenica 18 ottobre, nell’ambito del progetto “Raffaello, che Spettacolo!”. Raffaello, definito per secoli il pittore della grazia e della perfezione, dietro la figura mite e rassicurante del “pittore divino”, nasconde un genio dalla vita esplosiva, fatta di sfide e contraddizioni, di viaggi incessanti, amicizie granitiche, amori focosi, successi grandiosi e tragedie improvvise, passando persino attraverso polemiche con l’autorità del tempo. Martelli, accompagnato dalle musiche dal vivo del Maestro Castellan, e dai disegni e le luci di Loris Spanu, riprende la tradizione del teatro giullaresco e di narrazione e trascina lo spettatore all’interno di un percorso appassionante.

Che eredità ha lasciato Raffaello agli urbinati?

«Innanzi tutto credo sia il duca che ha lasciato l’eredità che ha fatto crescere Raffello, che nasce sei mesi dopo la sua morte, in un mondo ricco di cultura, con un padre pittore e intellettuale. Raffaello porterà poi la straordinaria eredità di Urbino in tutto il mondo, anche se la nostra città non conosciuta come dovrebbe, o non è pienamente compresa».

Una vita intensa quella di Raffaello?

«Una vita intensissima: mi stupisce questo fatto del minor fascino di Raffaello rispetto a Leonardo e Michelangelo, citati spesso come geni irrequieti. Lo era anche lui: basti pensare alla storia con la Fornarina forse sposata segretamente, o la lettera che manda al Papa insieme a Baldassarre Castiglione, molto simile all’articolo 9 della nostra Costituzione, di una attualità disarmante riguardo alla tutela e alla conservazione del patrimonio! Una figura affascinante e mai noiosa che ha avuto una vita audace e felice».

Quale potrebbe essere il nuovo Rinascimento dell’arte e della cultura nel nostro Paese?

«Studiando il rinascimento in maniera intensa si capisce che lì è successa una cosa molto semplice: i privati e il pubblico finanziavano cultura e arte come accrescimento, non solo verso il potere, ma proprio per lo spirito della società. Finanziavano i talenti! Se pensiamo che a 17 anni Raffaello fu  dichiarato Magister e oggi sei un “giovane autore” fino a 50. Una società immobile non alimenta il talento che può nascere solo dal riconoscere un’educazione che punta all’arte e alla cultura».

Lei arriva da un successo strepitoso con il Mistero Buffo che ha consacrato ciò che già era nel suo Dna, un gioco di narrazione ironica del presente

«È questo il punto, il teatro è gioco! In Francia e in Inghilterra  non è un caso che il termine recitare significa giocare. Il mio è stato un incontro di energie con questo signore adulto e buffo che giocava sul palco come un bambino. Per me questo è fare teatro, fare esplodere l’immaginazione, inventare cose che non ci sono, unire la poesia all’ironia e al divertimento».

Che sia Mistero Buffo o Raffaello: c’è sempre un pezzetto di Urbino, in quello che fa?

«Certo! È una città incredibile, capace di sfornare personaggi altrettanto incredibili: la goliardia, i racconti assurdi, dominano questo luogo, anche pieno di cultura e di arte che stimola la creatività. È una radice fondamentale: tutto dipende da dove sei nato!».

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