Misericordia: il teatro fisico e terrigno di Emma Dante

di Antonella Ferraro –
E’ fresca  l’aria, nel teatro Rossini  risorto alla vita dopo mesi lunghi e oscuri di clausura incompresa.
Tornare a teatro con Emma Dante, in un pomeriggio di tarda primavera, ha il sapore delle rinascite più dolci e trionfali. 
Sulla scena della sua Misericordia non c’è niente: quattro sedie di legno e alcuni giochi infantili sul pavimento. E poi il ritmo, che da sempre imprime alle sue pièces teatrali un registro inconfondibile: ritmo di bisbigli e risa basse, attriti metallici dei ferri manovrati dalle tre donne sul palco che confezionano scialletti per campare e le percosse nel vuoto degli arti di Arturo ( l’incredibile Simone Zambelli), ragazzo menomato di cui Nuzza (Manuela Lo Sicco), Anna (Leonarda Saffi) e Bettina (Italia Carroccio), si prendono cura dalla nascita, dopo la morte della sua mamma.
Torna  il dialetto siciliano delle origini, il grammelot di inflessioni che hanno reso la regista famosa per la maestria con cui riesce a invertire il nostro concetto di bellezza e dignità umana.
Logorroiche, litigiose, inasprite dalla miseria e dallo squallore di una vita invisibile e disperata, le tre donne riversano la loro dedizione, che diviene devozione e credo profano, nella maternità acquisita e negata che riscatta la loro povertà irrorando le loro figure della particolare luce riservata alle Madri. Esistono molte forme di amore, racconta Emma Dante nella narrazione cruenta delle percosse rivolte da Geppetto, compagno violento, a Lucia, madre di Arturo  che muore dando alla luce il bimbo imperfetto.
E l’amore più puro, che è carità, immedesimazione, misericordia, appunto, si concreta nella simbiosi fisica e mistica delle tre donne con il ragazzo, nell’assecondare il suo gesticolare legnoso, le sue danze da derviscio, la sua mimica surreale e spasmodica che non trova conforto nel sonno né nel verbo ma solo, in certo modo, nel canto.
La miseria ha due facce: dal lavoro a maglia, le massaie si improvvisano prostitute e odalische, in una nudità ostentata e opulenta che dissacra ogni valutazione estetica e giudizio morale in nome della purezza dei sentimenti e l’impulso potente alla sopravvivenza.
In questa Misericordia, l’infanzia è tutelata, sguainata e intrappolata, dissipata sul palco o reclusa entro valigie e sacchi e cofanetti misterici che liberano ricordi. Lo stesso Arturo si muove in un limbo neonatale che lo culla e protegge, come il carillon che le mamme caricano per indurgli il sonno, prima di dirgli addio per consegnarlo a un istituto, nel miraggio di una vita migliore.
Ma dubitiamo che le tre eccezionali protagoniste la desiderino, un’esistenza diversa, assuefatte alla religione pagana che le anima e le sostiene, madri fino in fondo senza aver generato, madri nell’anima e nel corpo. Perché esistono tante forme di amore, ma anche molti generi di maternità, quando il germe è innanzitutto nell’intimo.
Un teatro  fisico e terrigno, che scava dentro e scuote. Forse quello di cui avevamo bisogno, al risveglio da questo lungo oblio. 

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