Motus: sguardi e prospettive sullo schermo verde

Secondo appuntamento con il teatro, dopo l’emozionante apertura della rassegna “Tornateatro! Artisti & spettatori di nuovo a casa” con Ascanio Celestini lo scorso 15 giugno al Teatro Sperimentale di Pesaro.

Sabato 20 e domenica 21 giugno in scena Chroma Keys di Motus con Silvia Calderoni, pluripremiata attrice tra le più magnetiche della scena italiana. Dal 1991, Motus, ovvero Enrico Casagrande e Daniela Nicolò, raccontano le più aspre contraddizioni del presente: Chroma Keys è una serratissima performance di 30 minuti, una incursione dentro al cinema, nella meraviglia della finzione e dei suoi vecchi “trucchi” stereoscopici. Un gioco tra cinema e teatro, come conferma Daniela Nicolò:

«Avevamo già utilizzato il “green screen” in Panorama, anche se aveva un altro tipo di tematiche, ed eravamo l’anno scorso, proprio allo Sperimentale. È un vecchio trucco cinematografico quello di inserire un corpo, su fondale verde, in altri mondi. Panorama aveva un altro tipo di tematiche, qui è diverso. Per caso poi si tratta di diversi film apocalittici e in questo periodo “post covid” il tutto assume una strana connotazione. La cosa curiosa è che qui, lo spettatore vede sia il lavoro di Silvia che il mio, in tempo reale: è uno spettacolo che ha affascinato persino i bambini, ma è stato davvero complessissimo trovare pellicole che avessero degli spazi vuoti in cui inserire l’attrice. È anche un gioco di scale, a volte il corpo risulta piccolissimo, altre è molto più grande e a seconda dello zoom, cambia il rapporto con l’immagine».

È  anche un gioco di sguardi e prospettive quindi?

«È un rapporto interattivo e continuo e anche sorprendente: lo spettatore vede tutto, anche gli oggetti in scena e soprattutto il gioco di trasformismo di Silvia che è uno Zelig, passa da una storia all’altra con grande naturalezza».

Uno dei segni del vostro teatro: trascendere i limiti del corpo, immaginare, trasformandolo. Qui si tratta di “corpo alieno”?

«Un corpo alieno, extraterrestre: c’è una grande libertà dell’immaginazione, altro tema che ci sta molto a cuore. A differenza di altri lavori con taglio maggiormente filosofico e politico, qui si respira una dimensione di leggerezza. Un lavoro davvero fruibile per tutti, come una vecchia macchina delle meraviglie del cinema e incuriosisce molto gli spettatori ci dopo chiedono come funziona. Ma ogni minuto di questo spettacolo ha richiesto giorni e giorni di lavoro».

I vostri spettacoli hanno sempre un impatto forte e al tempo stesso visionario sulla realtà

«Ma mai ci siamo spinti fino a questo livello e ne siamo felici perché abbiamo avuto risposte belle, sia dai cinefili, per cui scatta anche il toto-film, che da ragazzini e pubblico di tutte le età. È un lavoro trasversale: un viaggio con Silvia in un caleidoscopio di personalità e identità. La moltiplicazione delle identità, di cosa vorremmo essere, ma anche la dimensione del sogno: chi di non non ha mai sognato di entrare in un film?».

Quanto vi ha segnato il lockdown, la pandemia a livello artistico?

«Le riflessioni sono state tante: avevamo già iniziato ricerche sulla fantascienza e sembrava davvero di essere in un film di fantascienza. La preoccupazione è per il pianeta: per le alterazioni che l’uomo ha creato nell’ecosistema. L’invito più esplicito è quello di cambiare le proprie abitudini, fare un passo indietro, rallentare e prendersi cura del clima e dei consumi. Ma siamo anche preoccupati per le condizioni dei lavoratori dello spettacolo: siamo una compagnia affermata e abbiamo avuto forse meno problemi di tanti altri che invece fanno anche fatica a ricominciare. Forse è da ripensare anche il sostentamento a questo settore, che è stato dimenticato durante la pandemia».

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