Nessun cuore è al sicuro…

“Nessun cuore è al sicuro”: all’interno del Bausler Insitut, sapientemente ricreato dagli studenti della Scuola di Scenografia di Urbino, ove si respira un’aria cupa, tetra, che ha il sapore di quel rigore del collegio femminile di Appenzell, quello che ha ispirato il romanzo di Fleur Jaeggy I beati anni del castigo.
Si entra uno alla volta nell’Aula dell’Accademia: “benvenuti al Bausler Institut”, la voce inquietante, algida, ci dà il benvenuto in un luogo spettrale, animato da figure quasi robotizzate nella loro rigorosa divisa. Fanciulle che sembra abbiano perso ogni identità, ogni speranza di ribellione.
L’atmosfera di un pessimo presagio di disgrazia incombe: a terra le sagome uguali a quelle disegnate dalla polizia scientifica dopo un delitto: non siamo in una fiaba, no, non c’è il sorriso di un’adolescente ad attenderci, ma sguardi vacui, fissi, impietosi, senz’anima.
Inizi a sentirti solo nonostante il pubblico che ti circonda, che si aggira, osserva. Quando sono entrati tutti la porta si chiude e quel rumore ti gela il sangue, hai l’impressione di essere finito in un incubo, quello della tua infanzia: sì, eccoti dentro quello sgabuzzino della penitenza, sai di non avere più potere finché quella porta non si riaprirà.
Il gioco è iniziato e non ti resta che accettarlo: la storia di una clausura riservata a “ragazze da raddrizzare” o anche semplicemente da “educare” prende il sopravvento nel claustrofobico ambiente. Le fanciulle si muovono attraverso gesti ripetitivi, eseguiti meccanicamente.
Vuoto, ansia, ribellione, castigo, ardore, condivisione, vertigine, solidarietà, sospensione…
La suggestione ha il sopravvento: rifiuti, vorresti marciare con loro, opporti alla ragione, alla soppressione di ogni sentimento come il rigore chiede in un collegio femminile: un’adolescenza privata di emozioni.
“Il racconto trattiene molte più cose di quanto non dica – scrive nelle note Francesco Calcagnini, uno dei coordinatori del progetto insieme a Lucia Petroni – ed anche l’encomiabile esercizio di raffigurarsi cose e luoghi documenta sempre un’esattezza insoddisfacente.”
La sensazione è proprio quella, va al di là di ciò che si sta guardando, scava nei ricordi, in quella solitudine provata anche in mezzo alla gente, alla ricerca di un’identità confusa, in un’età dove tutto è indefinibile e indefinito.
Un vuoto che …svuota, che crea e distrugge come la fiamma che ha bruciato una madre priva di amore.

Straordinarie e “rigorose” le allieve dell’Accademia, pregevoli i camei di Maria Paola Benedetti e Giorgio Donini, in un lavoro vissuto fino in fondo con passione, dalla costruzione delle scenografie, alle luci, agli effetti, alle immagini. Un lavoro che coinvolge ed emoziona e che lascia il segno.

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