Ottocento: il racconto di un secolo straordinario

Al Bramante di Urbania, questa sera alle 21.15, Teatri d’Autore propone “Ottocento” con Elena Bucci, che ne ha curato anche la regia, e Marco Sgrosso. Un viaggio nel secolo XIX, un omaggio alla grande letteratura romantica in un’immersione poetica e narrativa. Nell’Ottocento degli straordinari Bucci e Sgrosso una drammaturgia ambiziosa e ben calibrata vince la sfida elegante e piacevole di uno spettacolo che fa godere delle belle parole e di pensieri alti e avvolgenti. Alle ore 18.30, alla Sala Volponi avrà luogo l’incontro di Scuola di Platea con Elena Bucci e Marco Sgrosso. Info al n. 0721 3592515 o 366 6305500.

Elena Bucci: un 800 ricco di suggestioni e figure intramontabili, cosa vi ha spinto a partire da lì?

«Abbiamo avuto l’occasione di essere molto liberi nella collaborazione con il Centro Teatrale Bresciano per un esperimento di nuova drammaturgia che cavalcasse l’800, a volte considerato polveroso e artificioso, ma che in realtà possiede una incredibile potenza di narrazione visiva e musicale che ci portiamo dietro, senza saperlo. Forti lotte politiche, ideali meravigliosi, anche per la nostra Italia, e un’educazione aperta a tutti, così come lo slancio per le donne che iniziano ad avere spazio. Un secolo dove tutto esplode: grandi ideali, grandi scritture, grandi storie, senza nostalgia, ma con il piacere della ricchezza».

Un viaggio che ricorda quello dell’Orient Express?

«Un gioco semplice che funziona: questa coppia si avventura in questo viaggio per arrivare in una grande casa dove, come in un unico piano sequenza, camminando, incontra fantasmi, autori, presenze magiche e il teatro diventa un viaggio nel tempo».

Quali i personaggi che predilige di questo 800?

«Come non innamorarsi di tutti? Ho sempre amato questo tipo di letteratura che non è per niente noiosa eppure spaventa: da Anna Karenina a Emily Dickinson o la Bronte, o la bellezza di scoprire come Marguerite Gautier sia ancora fresca poesia…».

Ce n’è qualcuno che vorrebbe affrontare più profondamente e che ancora non ha fatto?

«Da tanto tempo studio la figura di Emily Dickinson e ogni volta che desidero metterla in scena c’è qualcun altro che lo fa. È nata il mio stesso giorno e, prima o poi, un incontro con questa signora mi piacerebbe tantissimo perché racchiude il grande fascino della scrittura non masochista né triste, ma di forza immensa nella sua separazione dal mondo. In un momento in cui siamo tutti sempre in connessione, lei che si è resa invisibile è oggi un’icona: fa pensare questa cosa…».

È prevista una seconda puntata sul 900?

«Dopo il Novecento e mille con Leo De Berardinis ne avrei paura, ma ci stiamo pensando, visto che questo che doveva essere un esperimento ha oggi tante richieste. È un gioco che potremmo rifare anche se richiede tanta concentrazione: Ottocento non è un collage, ma un immergersi nelle atmosfere, nei climi, nelle febbri risuonanti della nostra stessa passione».

E cosa ricordare di questo 21esimo secolo invece?

«Guardare indietro credo sia importante per orientarci, per aiutarci a leggere e sentire davvero cosa sta succedendo oggi. Tra l’altro, molte cose che han fatto molto rumore sono finite nel nulla e viceversa. In questo ritorno alla violenza, all’aggressività, alla chiusura, a cui si pensava di non dover tornare, molte cose sono nascoste e va ricercato un nutrimento che dovrebbe arrivare dalle Arti».

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