Quando la nave affonda, i musicisti devono continuare a suonare

«Da domani i teatri chiudono, non credo sia una misura utile. Io penso che quando la nave affonda, i musicisti debbano continuare a suonare»: con queste parole Vinicio Capossela ha concluso il concerto di Pesaro, domenica scorsa. Il suo secondo concerto in un giorno, al teatro Rossini e forse l’ultimo di questa stagione. Un applauso scrosciante ha accompagnato la sua ultima, laconica, frase, lanciata su un pubblico distanziato e partecipe, ma cosciente di aver fatto appena in tempo a godere, forse, dell’ultimo concerto di questo maledetto 2020. Ed è quasi paradossale che proprio a Pesaro, a mezzanotte e un minuto del 15 giugno, Ascanio Celestini abbia dato il via alla ripartenza dei teatri che, in assoluta sicurezza, hanno permesso di offrire, di nuovo cultura e bellezza. E proprio Pesaro vanta il primato di aver creduto fino in fondo alla sicurezza del pubblico, degli artisti e dei lavoratori dello spettacolo, non fermando le sue manifestazioni più importanti, la Mostra del Cinema, Hangartfest, Popsophia, il Gad e, non ultima, il Rossini Opera Festival, di cui si attendeva l’edizione autunnale che avrebbe dovuto partire proprio il 1 novembre.

A Capossela quindi, il compito di omaggiare il Cigno di Pesaro, dedicandogli l’intero concerto, con un gioco sfizioso di riferimenti, cenni storici, frasi e battute del grande compositore che si sono fuse con delicata sintonia nel suo  travolgente “Pandemonium. Narrazioni, piano voce e strumenti pandemoniali”.

Alla performance di Micol Arparock, nel proscenio, l’onore di aprire la serata. Il sipario del “pandemonio” si è aperto al ritmo del Guglielmo Tell, con un Capossela, con cappello a cilindro, giacca e scarpe rosse, che ha dato il meglio di sé, accanto al magnifico strumentista Vincenzo Vasi, “l’uomo orchestra”, che ha avvolto il pubblico in una atmosfera di onde elettromagnetiche, emulando voci di fantasmi e vibrafono, proponendo un concerto narrativo con canzoni scelte liberamente in un repertorio che copre i suoi primi trent’anni di carriera. «È bello festeggiare la chiusura dei teatri», esordisce ironicamente Vinicio, «il mio “pandemonio” sarà speciale questa sera, nella scaletta e nelle tematiche, perché abbiamo pensato di dirottarlo verso il mondo di Gioachino Rossini, un po’ perché oggi è la giornata mondiale dell’Opera, e un po’ perché la musica di Rossini, soprattutto in questi tempi così deprimenti e ammorbati, ci ricorda la lezione della leggerezza e la voglia di vivere e, proprio di questi tempi, bisognerebbe ascoltare Rossini, tutti i giorni».

Magia della nostalgia, parole e musica si sono intrecciate alla perfezione con la carrellata di successi di ieri e di oggi, tra le note al pianoforte e quelle che escono dall’incredibile enorme organo, fatto di metalli estratti dalle viscere della terra (il pandemonium appunto), nell’alternanza di stravaganti cappelli, che ha trascinato il pubblico in un crescendo di emozioni e dove, anche le parole dimenticate di un testo, diventano spettacolo nello spettacolo. Da Marajà a Ovunque proteggi, passando per Il povero Cristo, Danza macraba o Il testamento del porco, c’è spazio anche per un omaggio musicale al Cigno con l’aria di “una voce poco fa” eseguita da Vasi nella sinuosa ed affascinante espressività del theremin. Occhi lucidi per tutti, perché, finita la musica, l’ultimo fragoroso rumore è la porta del teatro che si chiude.

Per la foto si ringrazia Luigi Angelucci

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