I ribelli non possono essere felici

Che l’atmosfera della Chiesa dell’Annunziata si presti in modo particolare per un teatro di narrazione e suggestione è ormai un dato certo, ma ci sono alcuni spettacoli che sembrano fatti apposta per quello spazio, dove tutte le emozioni si raccolgono ed esplodono con straripante potenza: questo è quanto accaduto con “Ivan” tratto da I fratelli Karamazov di Fëdor Dostoevskij, di Serena Sinigaglia, nella straordinaria interpretazione di Fausto Russo Alesi.

Contrariamente alla semplice messinscena del poemetto, Il Grande Inquisitore, all’interno del romanzo, la Sinigaglia e Alesi hanno deciso di proporre un viaggio nel tempo attraverso il “personaggio Ivan”, il più umano dei tre fratelli, colui che si pone le grandi domande esistenziali e impazzirà pur di trovar loro una risposta.

Al centro della scena vi è una spirale di ferro: al centro della spirale c’è Ivan, al centro di Ivan i dubbi, le incertezze, le angosce del vivere. Tutto ruota, tutto ha un movimento concentrico e perverso, come la follia.

Alesi incarna tutto questo, lo vive, lo trasuda da tutti i pori, mentre intensamente parla con noi, con sé stesso, con il mondo intero. In lui vive la disperazione, dove si riflettono le nostre paure, ciò che non vogliamo vedere né sapere, ma che ci consuma nella ricerca di una verità che non può essere mai una sola.

E più ci addentriamo per capire, più ci allontaniamo dalla realtà del vivere quotidiano: il Grande Inquisitore sostiene che “Cristo ha sopravvalutato l’uomo e non bisogna concedergli il diritto di tornare.”
Le riflessioni di Ivan sono quelle che abitano tutti noi, ma cercare delle risposte può portare alla follia: i ribelli non possono essere felici e non riuscendo a dare un senso alla crudeltà e al dolore, per sopravvivere dobbiamo andare avanti.
Fausto Russo Alesi è magnifico nel dare corpo e voce al tormento e alla doppia personalità di Ivan: toccante e profondo in un monologo che riflette la nostra esistenza.

 

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