Vietato non ridere: Elio canta Jannacci

Vietato non ridere e sarà difficile non farlo con il concerto, venerdì 18 giugno alle 21.15 al Miralfiore di Pesaro, di Elio “Ci vuole orecchio”, un omaggio a Enzo Jannacci, “il poetastro” come lui stesso amava definirsi: il cantautore più eccentrico e personale della storia della canzone italiana, in grado di stupire col suo sguardo poetico e bizzarro. 

Sul palco, nella coloratissima scenografia disegnata da Giorgio Gallione, troveremo assieme a Elio cinque musicisti, i suoi stravaganti compagni di viaggio, che formeranno un’insolita e bizzarra carovana sonora, alle prese con un repertorio umano e musicale sconfinato e irripetibile, arricchito da scritti e pensieri di compagni di strada, reali o ideali, di “schizzo” Jannacci: da Beppe Viola a Cesare Zavattini, da Franco Loi a Michele Serra, da Umberto Eco a Fo o a Gadda. Uno spettacolo giocoso e profondo perché “chi non ride non è una persona seria”. Per Elio non ci sono dubbi «In questa fase storica le cose che fanno ridere siano vissute come materiale che ha meno dignità, ma io la penso diversamente». 

Jannacci sapeva miscelare allegria e tristezza, tragedia e farsa, gioia e malinconia: un modo di raccontare molto simile a quello che la contraddistingue? 

«Noi abbiamo sempre puntato sul reale, sulla farsa: ed è “una cifra”, per usare un termine figo, che mi piace. La stessa di Lina Wertmuller con cui ho collaborato anni fa e di cui abbiamo parlato spesso. Jannacci in questo è il più bravo di tutti». 

Quale percorso ha scelto all’interno di un repertorio così vasto: c’è un fil rouge?

«Questo spettacolo è il frutto di un lavoro fatto insieme a Giorgio Gallione, così come quello fatto su Giorgio Gaber di cui lui era un fan. Gaber l’ho conosciuto attraverso quello spettacolo, ma in cambio gli avevo chiesto di portare in scena Jannacci: è uno dei miei preferiti, anche come essere umano. Pensa che andava a scuola con mio papà! È stata un’esperienza incredibile! La scelta sulle canzoni l’abbiamo fatta insieme, anche se io avrei fatto solo quelle più assurde, le prime. Poi abbiamo messo anche testi meno noti, come Taxi nero e Sopra i vetri, entrambe di Dario Fo, ma anche l’Armando, La banda dell’ortica, Silvano, fino all’ultima fase, come Parlare coi limoni, per dare un ritratto completo». 

Quindi c’è poco da ridere oggi?

«C’è poco da ridere, ma secondo la mia impressione oggi, molto più che in passato, le cose che fanno ridere vengono considerate di serie B. Questa cosa l’ho percepita sempre, basta pensare a Totò: io penso l’opposto e se c’è uno che mi fa ridere per me è una specie di “santino” e gli sono molto grato di avermi fatto star bene e sono contento di aver tante persone che mi ringraziano di averle fatte ridere». 

È vero che chi non ride non è una persona seria?

«La vita stessa di Jannacci parla chiaro: era un medico e anche di quelli impegnati!». 

Dato che andava a scuola con suo padre, ha avuto modo di conoscerlo? C’è un ricordo particolare che ha di lui?

«Purtroppo l’ho veramente solo “incrociato”: non abbiamo mai avuto un vero incontro, chissà, era nel destino. Lo ascoltavo fin da piccolo, perché mio papà mi raccontava sempre di lui. Jannacci cantava quella Milano che a me piace tantissimo, quella delle periferie degli anni ‘60 e ‘70, trasfigurandola in una sorta di teatro dell’assurdo realissimo e toccante, evocando miriadi di personaggi picareschi e borderline, ai confini del surreale». 

Il suo è un ritorno nella città di Rossini, anche lui in quanto a ironia non scherza…

«Ecco, nell’opera lirica poi questa cosa si nota moltissimo: gli autori come Rossini sono stati un po’ accantonati per un periodo, accantonando la risata per non voler ammettere una debolezza. Rossini era davvero un grande: negli ultimi anni ho avuto modo di conoscerlo meglio e ne è venuto fuori un personaggio che avrei incontrato con piacere, con un senso dell’umorismo davvero unico!». 

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